Esiste un posto, nel nord della Serbia, in cui gli alberi cittadini riservano una sorpresa speciale a tutti gli appassionati di avifauna. Ogni inverno, nel periodo in cui le temperature si fanno più rigide, le chiome più o meno spoglie si caricano di centinaia di gufi.
La città, piccola e graziosa, si chiama Kikinda e all’inizio di quest’anno il fotografo naturalista Silvano Paiola ne ha fatto la meta di uno dei suoi viaggi, per apprezzare di persona un fenomeno a dir poco insolito e affascinante.
Partito il 6 gennaio, Silvano si è trovato in una Kikinda umida e fredda, avvolta dalla nebbia fitta. Ad accoglierlo, l’emblematica statua dello scultore locale Jovan Blat: un gufo in terracotta che annuncia agli avventori la magica particolarità del luogo.
L’ambiente, tutt’altro che selvatico, era attraversato da persone infreddolite che parlavano una lingua affascinante quanto incomprensibile. Tra le vie del centro storico Silvano passeggiava con lo zaino pesante, il binocolo al collo e il naso all’insù, finché una betulla non gli ha regalato il primo avvistamento.
Piazzata la fotocamera sul treppiedi, il nostro si è trovato di fronte ai tipici inconvenienti che affliggono i fotografi ai piedi di un roost: un punto di ripresa scomodo, un’ingombrante presenza di rami che ostacolano la messa a fuoco, una complessa gestione della luce.
Attento a non arrecare disturbo agli animali, Silvano si è mosso in cerca degli spot più idonei, facendo rimbalzare lo sguardo tra svariati alberi più o meno ricchi di foglie… ma sempre partendo dal basso, perché l’occhio esperto e preparato di un fotografo in cerca di gufi sa che la caccia al soggetto inizia dal terreno.
Borre: i grandi alleati dei fotografi di rapaci notturni
Spieghiamoci meglio: quando un gruppo di rapaci notturni fa di un albero un luogo di riposo collettivo, è inevitabile che la base dell’albero sia presto circondata da borre, vale a dire da rigurgiti piuttosto compatti che contengono i resti non digeriti delle prede (come ossa, peli o elitre di insetti).
Le borre sono preziosi indicatori che suggeriscono al fotografo su quali alberi è più opportuno concentrare la complicata ricerca di soggetti tendenzialmente immobili e sorprendentemente mimetici.
Silvano ha condotto la sua “caccia al gufo” con una reflex full frame Nikon D4, alternando due zoom: un 24-70mm f/2,8 a mano libera e un 500mm f/4 su treppiedi. Quando gli abbiamo chiesto consigli pratici per chi volesse prendere spunto dalla sua iniziativa ha ritenuto fondamentale rimarcare l’importanza di un abbigliamento idoneo alle basse temperature e di un’automobile adeguata a spostarsi in sicurezza su strade ghiacciate e inghiottite dalla nebbia.
A Kikinda le cose vanno così, il tempo scorre veloce mentre un fotografo – coi piedi gelati dal gran freddo – passa ore a cercare di immortalare un fenomeno per lui raro, e la gente del posto si avvicina incuriosita. Qualcuno fa domande perlopiù ostacolate dalla barriera linguistica, altri puntano generosamente il dito sugli alberi più adatti allo scopo.
Silvano ha organizzato la sua “missione fotografica” alla viglia del Natale ortodosso e mentre gironzolava tra fronde e radici ha avuto il piacere di assistere alla tradizionale usanza di accendere un fuoco davanti alla propria abitazione e allestire un tavolo qualche metro più in là, con bibite, bicchieri e rakija, l’immancabile distillato che i serbi consumano nelle circostanze più importanti.
Al crepuscolo, un tripudio di falò, brindisi, chiacchiere e abbracci ha trasformato una sessione di caccia fotografica nel reportage di una sfaccettata esperienza culturale, arricchita di una piacevole atmosfera di convivialità.
Ulteriori informazioni e immagini su questo e altri lavori di Silvano Paiola sono disponibili sul suo sito silvanopaiola.com.
A chi avesse perso l’articolo di FOTO Cult a proposito del libro di Silvano Paiola, intitolato Le Foreste dell’orso, ne suggeriamo la lettura tramite il link sottostante.
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