C’era un tempo, era il 2013, in cui Sony si presentò all’IFA di Berlino con un’idea che sulla carta sembrava rivoluzionaria: la serie Cyber-shot QX. Si trattava, in sostanza, di moduli fotografici completi di sensore e ottica, ma privi di schermo, pensati per essere agganciati allo smartphone per trasformarlo in una fotocamera “vera”. Più o meno nello stesso periodo, anche Samsung tentò una strada simile con il suo Galaxy S4 Zoom, fondendo direttamente corpo e ottica retrattile in un unico blocco. Il risultato fu per entrambi un flop: ergonomia sacrificata e connessioni ballerine nel primo caso, ingombri improponibili con conseguente rinuncia alla tascabilità dello smartphone, nel secondo.
Oggi la storia sembra ripresentarsi, perché diversi produttori di dispositivi mobili stanno tornando a proporre obiettivi dedicati alle lunghissime focali, da agganciare allo smartphone per raggiungere ingrandimenti altrimenti impossibili senza ritagliare digitalmente il sensore. Ma la domanda sorge spontanea: siamo davanti a un’intuizione davvero utile o solo al secondo tentativo di affermare un concetto che ha già dimostrato di non funzionare?
Per capire perché i reparti di ricerca e sviluppo stiano tornando a proporre aggiuntivi ottici esterni per far fare agli smartphone quello che fino a oggi non sono riusciti a fare, bisogna ricordare che la fisica non perdona. Per avere un 200mm o un 400mm equivalenti, magari anche luminosi, serve spazio, servono lenti e serve dunque spessore. E poiché le scocche degli smartphone non possono ingrossarsi oltre un certo limite, la tentazione degli ingegneri è sempre quella di delegare l’ingombro a un accessorio separato, da montare solo quando serve.
Nella pratica, però, questa scelta si scontra con il modo reale in cui le persone scattano con il telefono. La fotografia da smartphone non ha conquistato il mondo per la qualità eccelsa di sensori e obiettivi, ma per la pigrizia dilagante delle persone: con uno smartphone la fotocamera è sempre in tasca, pronta in mezzo secondo, utilizzabile con una mano sola ed è anche abilissima ad adeguare automaticamente i parametri di scatto al contesto. Dover estrarre dalla propria custodia uno o più elementi esterni, agganciarli alla scocca dello smartphone e magari attivare qualche impostazione che ne abiliti l’utilizzo, significa non solo fare “fatica”, ma anche perdere l’attimo fuggente.
Al contrario, girare con questi nuovi sistemi già configurati e pronto all’uso significherebbe – a conti fatti – portarsi dietro l’equivalente di una mirrorless. Senza considerare il bilanciamento dei pesi a dir poco opinabile: agganciare questo “siluro” sullo smartphone sbilancia molto in avanti e invita ad aggiungere un’ulteriore impugnatura. Quest’ultima, peraltro, integrando quasi sempre una batteria tampone per dare un boost di corrente allo smartphone (destinato a prosciugarsi velocemente durante l’uso fotografico), fa aumentare di parecchio il peso.
Va detto anche, però, che i tentativi odierni contano su basi tecniche decisamente migliori rispetto al passato. Gli agganci magnetici e le connessioni rapide hanno sostituito le vecchie staffe a molla e i lenti collegamenti Wi-Fi. Inoltre, i processori di oggi possono applicare la fotografia computazionale e l’intelligenza artificiale all’immagine catturata, per trasformarla in qualcosa di ancora più sensazionale. Insomma, almeno sotto alcuni aspetti, gli imprevisti durante la “messa in moto” di questi sistemi si sono ridotti quasi a zero.
Eppure, nonostante questi pur impressionanti passi avanti, la trasformazione dello smartphone in una fotocamera modulare resta un’illusione concettuale. È una risposta ingegneristica impeccabile a un problema che la maggior parte degli utenti non ha. Semplicemente perché chi cerca una qualità senza compromessi anche e soprattutto sulle focali lunghissime preferirà sempre portarsi dietro una fotocamera vera, dotata di impugnatura e comandi fisici; chi scatta con lo smartphone, al contrario, continuerà ad accettare di buon grado tutti i compromessi necessari per preservare leggerezza e versatilità del sistema. Gli aggiuntivi ottici esterni in chiave tele, ma pure le impugnature aggiuntive con qualche comando fisico dedicato, rischiano così di fare la fine dei Cyber-shot QX: affascinanti dimostrazioni di forza tecnica, destinati a finire nei cassetti.
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