Maryna Syrovatka ha già trattato il tema della guerra in Ucraina, attraverso il progetto Don’t Worry, I’m Fine, una serie di ritratti in studio di suoi connazionali che hanno trovato in Slovacchia rifugio dall’invasione russa. Quel lavoro parla delle conseguenze invisibili di un conflitto, del dolore non rappresentato figurativamente, ma che va ad accumularsi, a stratificarsi silenziosamente tra le rughe di un corpo o di un volto. È uno stile asciutto quello di Maryna in Don’t Worry, I’m Fine, una ritrattistica documentaria, spesso frontale.
Nel suo nuovo lavoro, invece, On Butterflies and Dinosaurs, Syrovatka elabora visivamente le conseguenze della stessa guerra, ma in maniera onirica, includendo l’elemento giocoso e del divertimento. Nel mettere in scena le storie di vita degli anziani che, dopo i sessant’anni, sono stati strappati alle loro case e ai loro affetti in Ucraina e che hanno dovuto ricostruirsi delle nuove quotidianità in Slovacchia, la fotografa si fa influenzare dalla natura positiva dei suoi soggetti, mettendo insieme un progetto dai colori vivaci e sgargianti, e vincendo anche lo stereotipo di come l’anzianità e le fragilità debbano per forza essere rappresentate con cupezza e colori deprimenti. Abbiamo intervistato Maryna per farci raccontare in maniera approfondita il suo lavoro.
Come e quando nasce On Butterflies and Dinosaurs?
Un amico dell’Ukrainian and Slovak House mi parlava spesso dell’affluenza degli anziani nel loro centro a Bratislava, creato per aiutare gli ucraini fuggiti dalla guerra ad adattarsi e a integrarsi nella vita in Slovacchia. Col tempo, gli anziani ne erano diventati tra i partecipanti più attivi, un aspetto che mi ha colpito molto. Dover ricominciare da capo in un altro paese a sessanta, settanta o ottant’anni, è una sfida enorme. A quell’età una persona ha già costruito la propria vita – casa, amicizie, abitudini – e in molti casi non si lavora più.
Il mio primo impulso fu quello di capire se esistesse una forza segreta in quella generazione, che riunificasse tutti. Molti, infatti, erano nati durante o subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, avevano vissuto l’epoca dell’Unione Sovietica e il suo crollo, i turbolenti anni Novanta – un periodo di profondi cambiamenti sociali e politici – e infine un’altra guerra.
Mi chiedevo se tutto ciò avesse plasmato un meccanismo di resilienza condiviso, ma incontrandoli ho capito che non era così e che ognuno aveva la propria storia e la propria personalità. Rendermene conto fu la base del mio progetto.
Che reazione hai riscontrato da parte loro e come si è sviluppato il rapporto?
La prima volta che sono stata al centro era in corso una lezione di nordic walking. Le persone con cui parlai in quell’occasione erano molto curiose, un po’ incredule e continuavano a chiedermi per quale giornale lavorassi. All’epoca non avevo ancora un’idea progettuale precisa, ma le persone che vidi erano così attive e carismatiche che quell’incontro mi rimase impresso, tanto da tornare qualche tempo dopo con una bozza di progetto e le idee più chiare. Invitai gli anziani nel mio studio, non tutti accettarono, prima dovevo guadagnarmi la loro fiducia e iniziare un processo di conoscenza. Abbiamo iniziato con alcuni ritratti dai colori vivaci e con delle interviste. Ho elaborato un questionario, modificandolo continuamente man mano che volevo approfondire le storie di ognuno.
Soprattutto per le immagini più staged come ti sei mossa per creare l’allestimento? Da cosa ti facevi ispirare? I soggetti contribuivano alla creazione del set?
Tutto si è sviluppato gradualmente, un po’ come un puzzle in cui i pezzi mancanti appaiono lentamente e l’immagine inizia a prendere forma.
Ho provato a seguire la quotidianità di alcuni partecipanti con uno stile più documentaristico, ma ho capito che non bastava. Il contrasto tra la drammaticità delle loro esperienze e il loro modo di essere, giocoso e in alcuni casi spensierato, doveva essere il concetto da rappresentare e da cui partire.
La messa in scena e l’uso di elementi realizzati a mano mi hanno aiutato a trasmettere la straordinarietà di quella sensazione, e a rendere lo scollamento dalla realtà ordinaria.
Someone Had to Knit the Sky, ad esempio, è nata dalle conversazioni con Alla e Maryna, provenienti da Kramatorsk e Nikopol, due città pesantemente bombardate fin dall’inizio dell’invasione russa. La fotografia non illustra un evento specifico, racconta piuttosto uno stato d’animo che mi ricorda il racconto di Ray Bradbury, L’ultima notte del mondo: mantenere la calma, attenersi alla routine quotidiana e affrontare la fine del mondo. Per quell’immagine volevo assolutamente un grande tappeto all’uncinetto, così l’ho realizzato io stessa. Per la messa in scena di ogni immagine di On Butterflies and Dinosaurs, generalmente, ho un’idea di base piuttosto dettagliata, ma, una volta iniziato lo shooting, accolgo tutti i contributi e i suggerimenti dei partecipanti. È stata proprio l’alchimia che si è instaurata tra noi, nel tempo, a rendere speciale questo progetto.
Il colore azzurro sembra fare da costante all’interno di tutto il lavoro. Come hai pensato la palette di colori?
Ho costruito la palette cromatica partendo dagli abiti che portavano in studio i partecipanti. Sono persone molto vivaci e spesso arrivavano con un guardaroba variopinto e divertente che ha influenzato, ovviamente, la resa generale del progetto. Nello specifico, l’azzurro penso che sia stato inconscio, per riflettere il desiderio di un cielo sereno. Essendo una ex paracadutista, poi, ho un legame molto speciale con il cielo. Forse anche questa mia esperienza ha influito. Tuttavia, non direi di aver inserito deliberatamente questo significato nelle immagini, probabilmente era qualcosa che agiva sottotraccia.
In generale, l’elemento umoristico fa parte della tua idea di fotografia o l’hai voluto rendere in questo caso specifico per dialogare, per contrasto, con gli orrori della guerra?
Non definirei l’umorismo una costante del mio lavoro. Don’t Worry, I’m Fine, per esempio, ha un tono piuttosto pacato. Quando ho iniziato la realizzazione di On Butterflies and Dinosaurs, ero pronta a renderlo piuttosto drammaticamente, seppur caratterizzandolo con colori vivaci. Tuttavia, i partecipanti si sono rivelati persone molto spiritose, nonostante il loro vissuto. Così, in sostanza, ho seguito quell’atmosfera unica che era già presente nei loro caratteri e nel loro modo di vivere. Credo che gli ucraini abbiano sviluppato un senso dell’umorismo piuttosto cupo dopo l’invasione russa.
Anche gli amici rimasti in Ucraina, a volte, mi inviano dei meme dopo i bombardamenti, che descrivono quella realtà assurda meglio di qualsiasi altra cosa. Durante la sessione di scatti in piscina, mentre posava in body, Alla ha chiesto più o meno scherzosamente: “Cosa dirà la gente? Che ci stiamo divertendo?”. Quella domanda mi ha colpito. Ha messo in luce gli stereotipi su come ci si aspetti che gli sfollati – in particolare le persone più anziane – si sentano e si comportino. Divertirsi può essere considerato inappropriato, anche se si presume che siano felici semplicemente perché hanno raggiunto la sicurezza in un altro paese. Questo paradosso ha spinto il progetto verso il gioco, l’esagerazione e l’assurdo, portandomi a costruire situazioni di vita quotidiana anziché limitami a documentarle.
Da cosa o da chi ti sei fatta ispirare per produrre questo lavoro?
Innanzitutto, dai partecipanti stessi. La loro energia, il loro umorismo, hanno messo in discussione le mie idee sull’invecchiamento. Ho iniziato il progetto con alcuni preconcetti e, con mia sorpresa, molti di essi si sono rivelati miei piuttosto che loro.
Altre influenze sono giunte dalla letteratura e dal cinema, inoltre durante la guerra ho iniziato a interessarmi sempre più all’arte ucraina, in particolare alla Scuola di fotografia di Kharkiv. Ciò che mi ha colpito non è stato tanto uno stile specifico, quanto piuttosto il suo approccio sperimentale, socialmente impegnato e profondamente ironico. L’assurdo, l’umorismo nero e l’imperfezione voluta vengono spesso impiegati per sfidare l’immaginario ufficiale e le modalità consuete di rappresentazione della realtà. L’ho trovato estremamente stimolante.
Ci racconti la storia di una di queste persone?
Alla, 72 anni, proveniente da Kramatorsk nell’Ucraina orientale, appare in diverse fotografie. Ha lasciato la città per la prima volta nel 2014, quando lì è scoppiata la guerra. Al suo ritorno, ha letteralmente baciato le pareti del suo appartamento, tanto le era mancata casa. Nell’aprile del 2022 è dovuta partire di nuovo, salendo su un treno di evacuazione e pensando che sarebbe rimasta via solo per un mese. A distanza di oltre quattro anni, si trova ancora a Bratislava e, nel frattempo, non ha più visto i suoi figli. Un tempo desiderava diventare una stilista e ha cucito e realizzato capi d’abbigliamento per gran parte della sua vita. In Slovacchia ha iniziato anche a creare gioielli e a dedicarsi al ricamo, oltre a frequentare corsi di ballo. Alla è una persona positiva per natura, ma con facilità dice anche: “È molto difficile per me vivere qui. Nulla di ciò che mi circonda mi fa sentire a casa”.
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