Torino
Dal 7 ottobre 2026 al 7 febbraio 2027
La mostra Still Image ai Musei Reali di Torino raccoglie più di duecento fotografie della produzione di Jessica Lange, conosciuta dal grande pubblico per i personaggi conturbanti che ha interpretato, da attrice, per il cinema e la televisione. L’esposizione attraversa più di trent’anni di immagini, realizzate attingendo dalla poesia del quotidiano ma anche dagli immaginari scenici delle produzioni cinematografiche.
In Still Image lo sguardo di Lange coglie di sbieco le geometrie dell’ordinario, mettendo in evidenza un reale lirico e suggestivo, e contemporaneamente spazia in riflessioni sul linguaggio e sulla matericità del fotografico.
Abbiamo intervistato Anne Morin, curatrice della mostra, per parlare della progettualità dell’esposizione e del valore della poetica fotografica di Jessica Lange.
Come la carriera di Jessica Lange come attrice ha influenzato il suo sguardo fotografico?
La vera protagonista delle fotografie di Jessica Lange è, innanzitutto, la luce. È la luce a conferire a una scena il suo carattere e il suo significato peculiare, che si tratti di un momento di vita reale o di una situazione di finzione ricreata per il cinema. La padronanza della luce dimostrata da Jessica Lange è straordinariamente sottile. Grazie alla lunga esperienza sui set cinematografici e in teatro, ha maturato una profonda comprensione di come la luce possa plasmare la percezione di una scena e, in ultima analisi, determinarne il significato. Nelle sue fotografie, questa sensibilità raggiunge livelli di straordinaria raffinatezza. Probabilmente, essa affonda le radici nel suo costante rapporto con il mondo del cinema, dove la luce non è mai semplice illuminazione, bensì un elemento fondamentale della narrazione, dell’atmosfera e dell’emozione.
In mostra oltre duecento immagini. Come avete lavorato all’interno del suo archivio per creare le sezioni della mostra e che periodo abbracciano le fotografie selezionate?
Questa mostra, che riunisce oltre duecento immagini, abbraccia quasi trentacinque anni di attività fotografica di Jessica Lange. È stato quindi fondamentale creare un equilibrio accurato tra le diverse sequenze che compongono l’esposizione. Vi troviamo fotografie scattate in Messico e nel Sud degli Stati Uniti, oltre a una serie intitolata Drifts, che ci conduce per le strade di New York durante il periodo del Covid. È presente anche un corpus di opere di grande rilievo nato direttamente dalle riprese di Freak Show (parte della serie American Horror Story): si tratta di photogravure uniche, dipinte a mano.
Ciò che risulta particolarmente interessante, osservando l’intera produzione dell’artista, è la varietà dei linguaggi visivi adottati: accanto a una dimensione documentaria emerge una qualità quasi pittorica, un senso di matericità e consistenza che si manifesta con particolare evidenza nelle photogravure [immagini ottenute con una tecnica di stampa artigianale che unisce la fotografia e l’incisione per creare stampe d’arte dai toni ricchi e sfumati, N.d.R.].
Nelle fotografie realizzate in Finlandia, Francia e Italia, per esempio, colgo qualcosa che richiama da vicino la pittura olandese. In queste immagini si respira una poesia discreta, una poesia fatta di sobrietà, di elementi che non vengono mai svelati del tutto né pienamente esplicitati. Di fatto, questa mostra avrebbe potuto intitolarsi Ciò che resta, poiché è proprio questo che Jessica Lange cerca incessantemente: fotografare ciò che esiste ai margini, ciò che si trova accanto a ciò che osserviamo abitualmente; quelle cose che sfuggono allo sguardo.
Perché il titolo Still Image?
Il titolo Still Image [immagine fissa] è inteso, naturalmente, come contrappunto all’immagine in movimento. Eppure, un’immagine in movimento non è altro che una successione di immagini fisse: è l’occhio a metterle insieme e a creare l’illusione del tempo. Still Image ci riporta all’origine stessa di tutto. Alla singola immagine, isolata, ma anche intesa come presenza intensificata di qualcosa che, proprio perché è stato arrestato nel tempo, si fa ancora più presente.
Con quale prospettiva sul mondo Lange ricollega tutta la sua produzione fotografica?
Ciò che affascina di Jessica Lange e della sua fotografia è proprio l’assenza di un’intenzione predeterminata, di una ricerca specifica o di un progetto vero e proprio. Lei accoglie il mondo così com’è e, in un certo senso, lo riceve esattamente come le appare. Colleziona immagini. Non le cerca, non le provoca, non le organizza né le mette in scena. Ciò che cattura è quell’istante improvviso in cui la realtà sembra levarsi di fronte a lei, e lei semplicemente la accoglie. È proprio questo, nella sua umiltà, il cuore pulsante della pratica fotografica di Jessica Lange.
Ci sono degli specifici fotografi che hanno influenzato la sua opera?
Certamente ci sono fotografi che hanno realmente plasmato lo sguardo di Jessica Lange, ad esempio Robert Frank e Danny Lyon, oltre alla più ampia generazione di fotografi americani degli anni Sessanta e Settanta. Il suo modo di vedere è stato inoltre nutrito da una cultura visiva straordinariamente profonda e ricca. Tuttavia, credo che a plasmare il suo sguardo sia stata, più di ogni altra cosa, la sua stessa immaginazione. Forse tutto nasce da quelle lunghe ore trascorse da bambina a guardare fuori dalla finestra, in attesa di qualcosa che non arrivava mai; da un’infanzia in Minnesota, dove gli spettri dell’immaginazione venivano ad abitare la sua visione. La sua fotografia scaturisce, in un certo senso, da qualcosa di molto profondo e primordiale. Non ha bisogno di affidarsi a riferimenti esterni per affinare quella straordinaria acuità visiva che sembra provenire da un luogo già insito in lei.
In Day Sleeper, un lavoro di interpretazione sull’opera di Dorothea Lange, Sam Contis porta a galla molte immagini inedite della fotografa americana, alcune delle quali colgono la “straordinaria forza comunicativa delle mani” delle persone. Su questo dettaglio si sofferma spesso anche lo sguardo di Jessica Lange. Che dialogo intercorre tra gli sguardi delle due Lange?
È difficile dirlo, naturalmente. Entrambe provengono da una tradizione culturale simile, sebbene separate da quasi cinquant’anni, dato che l’opera di Dorothea Lange ha trovato la sua piena espressione durante gli anni della Farm Security Administration. Nel linguaggio visivo di entrambe le fotografe si coglie una certa crudezza, una certa austerità, anche se il lavoro di Jessica possiede una qualità più delicata e lirica rispetto a quello di Dorothea. Tuttavia, credo che alla base del modo in cui entrambe osservano il mondo vi sia un analogo impegno sociale e politico: una profonda consapevolezza della condizione umana e della realtà che le circonda.
Soprattutto il ciclo dedicato alla Highway 61 mostra una particolare riflessione di Lange sulla matericità del fotografico, con una texture grezza dei bianchi e neri e con contrasti marcati. Perché questa particolare resa e con che strumentazione e materiali l’ha ottenuta?
Jessica Lange scatta con una Leica, utilizzando generalmente pellicole che talvolta possono essere ‘tirate’ in fase di sviluppo, producendo quella grana così particolare. Si pensi, ad esempio, alle celebri immagini di Capa relative allo sbarco in Normandia, la cui grana distintiva e la cui resa sfocata erano in parte il risultato di quanto accaduto durante il processo di sviluppo. Nell’opera di Jessica, questo desiderio di conferire all’immagine una consistenza fortemente tattile, quasi pittorica, apre la strada ad altre forme espressive.
Ciò la condurrà, in seguito e in modo del tutto naturale, verso la photogravure e verso linguaggi estetici che si allontanano deliberatamente da ciò che tradizionalmente percepiamo come fotografico. Se, come suggerisce Roland Barthes, la fotografia testimonia ciò che è stato, qui Jessica compie un passo ulteriore: trasforma la realtà. Le conferisce una nuova pelle, un’altra presenza materica. E questo permette al suo linguaggio visivo di assumere qualità molto diverse a seconda dei luoghi che incontra e delle differenti sequenze di lavoro che crea.
Still Image. Fotografie di Jessica Lange
- A cura di Anne Morin
- Musei Reali di Torino, piazzetta Reale, 1 – Torino
- dal 7 ottobre 2026 al 7 febbraio 2027
- lun-dom 10-19. Mercoledì chiuso
- intero 16 euro, ridotto 13 euro, ragazzi 10 euro
- museireali.beniculturali.it
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