Marine Billet è una regista e fotografa francese nata nel 1991. È una millennial che ha puntato l’obiettivo su un gruppo di ragazze della Generazione Z, spinta dal desiderio di capire cosa influisce, oggi, sulla costruzione dell’identità delle giovani donne.
Il risultato di questo sguardo curioso è il progetto Reliées (Collegate), composto da un video e una serie di fotografie analogiche a colori. Le protagoniste sono Célia, Amaya, Exaucé, Luna e Amina; sono ritratte come un’affiatata comitiva di amiche, ma non lo sono, o meglio… non lo erano.
Prima di Reliées le ragazze erano cinque perfette sconosciute che Marine aveva tutta l’intenzione di far entrare in connessione.
Il lavoro è iniziato con uno scambio di messaggi vocali coi quali le giovani donne hanno raccontato le loro storie, la loro quotidianità, le loro inquietudini. Tra loro si è generata una sorellanza spontanea che le ha rese complici ancora prima che si incontrassero sul set per il primo giorno di riprese. Parte integrante di questa magica intesa, la fotografa ha colto l’essenza delle persone che aveva di fronte e ha incentrato le sue fotografie sui momenti di sospensione che sembrano caratterizzare gran parte del tempo della Gen Z, quella che scrolla più di tutte.
A metà strada tra movimento e immobilità la staged photography di Marine cerca di catturare i vuoti della quotidianità tipici di chi attraversa l’età adolescenziale ed è alla ricerca di sé.
Il titolo del progetto si deve all’esigenza dell’autrice di creare dei collegamenti: “Collegare ciò che sono a ciò che sono stata, collegare donne che ancora non si conoscevano, collegare documentario e messa in scena, collegare l’adolescenza all’età adulta, in quell’intervallo instabile e vibrante che attraversiamo senza sapere sempre chi diventeremo”, ha dichiarato Marine. L’abbiamo intervistata.
Nella presentazione di Reliées parli di casting spontaneo. Puoi spiegarci meglio come hai scelto le ragazze da fotografare?
Il casting per Reliées si è svolto in un arco di tempo piuttosto lungo, perché per far sì che il risultato fosse il più autentico possibile non volevo lavorare con delle modelle. Mi piace fotografare persone che non sono abituate a posare e ho concepito questo progetto come una serie di ritratti documentaristici. Ho anche scelto le ragazze con l’idea di creare un ‘gruppo di amiche’.
Ho posto loro diverse domande in anticipo, in particolare per sapere se fossero a loro agio con l’idea di produrre immagini in cui la vicinanza fisica fosse forte, anche se non si conoscevano tra loro. Le loro risposte hanno guidato la selezione finale.
Infine, volevo che questo gruppo fosse particolarmente variegato e ho cercato persone con profili marcatamente diversi, spinta da una forte intenzione di inclusività.
Perché hai deciso di fotografare ragazze che non si conoscevano piuttosto che una comitiva reale?
In primo luogo, perché non è facile trovare un gruppo di amiche disposte a partecipare a questo tipo di esperienza. Ma soprattutto perché cercavo una forma di spontaneità e innocenza.
Sembrerà strano, ma il fatto che non si conoscessero ha generato un atteggiamento diverso. C’era una benevolenza spontanea, una sorellanza molto forte. Eravamo tutte sullo stesso piano di familiarità, il che ha reso i nostri rapporti più leggibili e più onesti.
Qual è il valore aggiunto della staged photography?
Poco prima di iniziare la serie, ho fatto un viaggio a Firenze. Lì ho riscoperto i dipinti fiorentini e la ricchezza delle loro composizioni. Il mio sguardo si muoveva liberamente all’interno dell’immagine, da una scena all’altra, da un dettaglio a una micro-storia.
Questo modo di comporre mi ha profondamente ispirato. Volevo ricreare questa densità visiva nelle mie immagini, mantenendo una scena contemporanea, in modo che lo sguardo dello spettatore fosse invitato a vagare tra più elementi.
Quali sono a tuo avviso le tre attività che i gruppi di adolescenti svolgono più frequentemente quando sono insieme?
Prima di fotografare o filmare le ragazze, ho trascorso molto tempo a parlare con loro, per non affidarmi esclusivamente alla mia esperienza. Ho posto loro domande molto semplici: ‘Cosa fate quando vi annoiate? Quando siete con i vostri amici? Qual è il vostro rapporto con il cellulare? Cosa portate sempre con voi?’.
Questi scambi mi hanno permesso di entrare in contatto con la loro intimità e il loro modo di vedere il mondo, e quindi di tradurre la loro giovinezza nel modo più accurato possibile nelle immagini. Le risposte più comuni riguardavano l’abitudine di sedersi insieme e parlare. A parte questo, dato che i loro contesti di provenienza erano molto diversi, le risposte a proposito delle loro attività variavano notevolmente.
Ci sono diversi rimandi al cibo, sia nelle foto, sia nel video. Perché?
Perché ho anche fatto loro domande su ciò che mangiano e sul loro rapporto con la cucina.
Sono una buongustaia e questo argomento mi sta a cuore. In un certo senso, è anche la prova che Reliées è un ponte tra loro e il mio passato. È difficile non lasciare trasparire una parte di sé in un progetto di questo tipo.
Hai avuto qualche scambio con le ragazze a proposito dello scrolling. Nel video sembrano consapevoli di avere un rapporto poco sano con loro smartphone. Che idea ti sei fatta?
Dipende. Con mia grande sorpresa, tutte hanno dimostrato una forte consapevolezza degli aspetti dannosi degli smartphone. Si tratta a tutti gli effetti di una forma di dipendenza; i social network possono diventare uno spazio di messa in scena permanente, a volte pericolosamente vicina al falso. Anche se siamo sempre più consapevoli che ciò che viene mostrato è solo una piccolissima parte della realtà, rimane difficile staccarsene.
Tu scrolli?
Sì, mi capita, e lo detesto. Questa forma di letargia mentale è potente e allo stesso tempo estenuante. Ci tengo a precisare, però, che non lo faccio mai quando sono in campagna o in vacanza.
Ti sei rivista negli atteggiamenti di queste ragazze o hai notato differenze rispetto a quando tu avevi la loro età?
Come loro, quando ero più giovane trascorrevo molto tempo a casa delle mie amiche, seduta a chiacchierare. A pensarci bene, lo faccio ancora oggi.
La differenza principale è lo smartphone, che era come se non esistesse quando avevo la loro età. Allora ero raramente sola e molto spesso circondata da amiche. Trovo difficile stabilire se l’isolamento di oggi sia legato solo agli smartphone o anche all’impatto del Covid.
Contrariamente al periodo di isolamento che ha caratterizzato la pandemia le “tue” ragazze condividono spesso lo spazio casalingo. Mi parleresti della location?
È un luogo che ho affittato. La scelta della casa è stata lunga e complicata. Ho anche pensato di usare la casa in cui sono cresciuta, ma non rispecchiava l’estetica che cercavo.
Quando mi è stata suggerita questa casa, nonostante il suo carattere molto forte, mi è piaciuta subito. Mi sono immaginata da bambina, mentre andavo a casa dei nonni di una mia amica. Aveva senso per il progetto.
Che fotocamera hai utilizzato per scattare?
Le fotografie sono state scattate con una Mamiya RZ Pro II.
È una fotocamera che reputo capace di produrre immagini molto vicine alla realtà. Quando lavoro con la pellicola, faccio pochissime correzioni cromatiche, perché il lavoro sul colore viene fatto prima di tutto al momento delle riprese, con il mio team.
Per il processo di stampa analogica ho affiancato il mio stampatore. È stato impegnativo, perché sono molto meticolosa su questo aspetto e ogni immagine reagiva in modo molto diverso. Tuttavia, abbiamo ottenuto il risultato che cercavamo.
Marine Billet è tra i protagonisti della sedicesima edizione di Circulation(s), il festival fotografico dedicato agli artisti europei emergenti, in programma a Parigi dal 21 marzo al 17 maggio. Ulteriori lavori di Marine Billet sono sul sito ufficiale della fotografa, https://www.marinebillet.com/.
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