Nel 2007 Valery Rizzo ha impugnato una toy camera e ha iniziato a scattare le fotografie di quello che sarebbe diventato il suo progetto Wonderland. Brooklyn 2007–2023, ora libro pubblicato dall’editore Kehrer. Nata a Brooklyn, Valery trasferisce, attraverso le immagini, il suo trasporto emotivo e personale per il suo quartiere, per ciò che permane, nonostante la trasformazione urbana, e per ciò che, invece, è scomparso o cambiato.
A sottolineare l’approccio psicologico e personale dell’autrice la macchina fotografica che ha deciso di utilizzare per il suo viaggio intimo nel cuore di Brooklyn, cioè una Holga con un flash esterno. Questa fotocamera le ha permesso di lavorare con maggiore leggerezza fisica e mentale, e di divertirsi con qualche sperimentazione estetica grazie alla tipica resa “vignettata” e alla vividezza della pellicola. Abbiamo intervistato Valery per farci raccontare la particolare progettualità del suo lavoro.
Come nasce Wonderland. Brooklyn 2007–2023 nel 2007?
Nel 2006, una malattia mi ha lasciato con una debilitante patologia cronica dell’orecchio interno. Avevo costantemente nausea e vertigini e riuscivo a malapena a camminare, per un po’ è stato molto spaventoso. Mi sentivo isolata, bloccata, non avevo margine di spostamento. Nei fine settimana, mio marito mi portava in giro per Brooklyn, iniziando da Coney Island, con l’idea di stare all’aria aperta e vicino all’oceano.
Portavo sempre con me una macchina fotografica, era una sorta di pratica terapeutica. Diversi mesi dopo, nel 2007, mi sono imbattuta in un paio di pin-up sulla spiaggia ed è stato nel momento in cui le ho fotografate che ho capito di voler realizzare un libro su Brooklyn e su tutte le persone, i luoghi e le cose iconiche che la rendevano unica e distintiva agli occhi di una persona che, come me, è originaria proprio di Brooklyn.
Che macchina fotografica hai usato?
Ho immortalato tutto con una Holga e pellicola medio formato. Si tratta di una fotocamera analogica in plastica, con solo un paio di impostazioni. In realtà ne ho usate diverse versioni, sia con lenti in plastica che in vetro. La mia preferita è una versione WOCA che ormai non si trova più in commercio. In seguito ho aggiunto anche il flash, utilizzando un paio di flash manuali Leica, che si adattavano perfettamente alla Holga, quasi come se fossero stati creati appositamente.
Che estetica perseguivi usando la toy camera e perché hai deciso di adottare specificamente quella macchina fotografica?
All’epoca scelsi di usare una macchina fotografica giocattolo per la facilità d’uso di cui avevo bisogno. È molto diversa dalle mie pesanti reflex digitali e dall’attrezzatura con cui di solito lavoro per i miei incarichi. Nella situazione fisica in cui mi trovavo, mi ha restituito la gioia di vivere. La Holga, in una borsa con flash e rullini, mi ha dato la libertà di essere creativa senza dover pensare a nulla di troppo tecnico. Mi permetteva di andare ovunque, sotto la pioggia, nell’oceano, in metropolitana e in qualsiasi zona del quartiere, senza il timore che venisse danneggiata o rubata.
Per quanto riguarda l’estetica, mi piaceva la cornice quadrata con gli angoli vignettati perché dava un senso di intimità. Scattare con questa macchina fotografica era anche imprevedibile e liberatorio, proprio come il carattere di Brooklyn, con la sua natura disinibita e imperfetta. Mi piaceva essere sorpresa dai risultati e dalla qualità delle fotografie prodotte dalla Holga.
Prima mi dicevi espressamente che Wonderland vuole essere un racconto di Brooklyn dalla prospettiva di chi ci è nato. Che apporto ha dato il tuo senso di appartenenza al progetto?
Credo che, essendo di Brooklyn, io riesca a identificare tutte le cose che sono sempre state lì mentre crescevo, così quando è iniziato il cambiamento me ne sono accorta subito ed è entrata in campo la nostalgia. Ho iniziato a sentire sempre più spesso, tra i miei conoscenti, la frase che affermava con fermezza: ‘Nessuno è più veramente di Brooklyn’, così alzavo la mano e con orgoglio dicevo: ‘Io sì!’. Come originaria di Brooklyn, penso di avere un legame emotivo con il territorio e la sua storia, che spero si rifletta in ciò che fotografo.
C’è da dire che nel periodo in cui ho iniziato a fotografare per il progetto la mia famiglia ha perso la casa dove sono cresciuta a causa di investimenti sbagliati fatti da mio padre. Questo sradicamento ha contribuito ad aumentare il mio senso di insicurezza e di perdita di appartenenza a un luogo. Immagino che il mio lavoro fotografico, per questo motivo, abbia un legame emotivo non solo con il quartiere di Brooklyn, ma anche con la paura del mio personale sradicamento come suo abitante.
Wonderland copre un arco temporale esteso, quasi vent’anni, ma non è il fluire del tempo a creare il filo rosso del libro. Cosa, invece, tiene insieme l’eterogeneità di immagini che lo compongono?
Credo che a tenere insieme le immagini siano le emozioni e i sentimenti espressi dal luogo. Il libro racconta uno specifico periodo di trasformazione di Brooklyn, e parte di quella trasformazione è stata frutto di un’enorme quantità di creatività e libertà. Quando ho iniziato a fotografare per Wonderland ho potuto avventurarmi in zone che da bambina non avrei mai potuto esplorare.
È stato allora che ho amato di più il quartiere, durante quegli anni in cui la vecchia e la nuova Brooklyn convivevano armoniosamente. È stato un periodo di forte creatività alternativa, in cui tutto sembrava possibile e non c’erano regole. Volevo, assolutamente, catturare quell’energia prima che svanisse. Il mio lavoro, in generale, riguarda sempre le persone e il loro legame con un luogo.
Nei sedici anni di immagini che compongono Wonderland, secondo te, è riscontrabile anche una tua personale evoluzione stilistica ed estetica? Ci sono delle immagini che possono esemplificare questa evoluzione più di altre?
Non so se l’osservatore possa percepire l’evoluzione di cui mi chiedi, sarei curiosa di saperlo anch’io. Naturalmente il progetto si è evoluto negli anni, così come Brooklyn e alcuni aspetti della mia vita personale e del mio legame con il territorio. Mentre il progetto si sviluppava idealisticamente, evolveva anche la mia attrezzatura e la pellicola che utilizzavo, e probabilmente anche il mio stile come fotografa.
Little Devils, Coney Island, Brooklyn, 2007, per esempio, è stata scattata con una pellicola Fujifilm dai colori vivaci. All’epoca scattavo con Fuji Reala, a differenza di Divya, Molicia e Aliya, Fort Greene, Brooklyn, 2017, scattata con una pellicola Kodak Portra dalla resa neutra, insieme a un flash Leica. Questo è un ritratto più controllato, senza troppi giochi di di luce. Spero che, rispetto a questa immagine, le altre siano percepite come più complesse. In un certo senso, ho cercato di elevare le immagini realizzate con una toy camera, il che può anche essere visto come un controsenso visto che se una persona usa una Holga è per il suo carattere low-tech.
Come hai capito che il progetto era concluso nel 2023?
Ho iniziato a pensare che fosse giunto il momento di trasformare il progetto in un libro, inoltre, in maniera contingente, l’evoluzione rapida di Brooklyn si era fermata. Avrei potuto continuare a scattare, per vedere dove mi avrebbe portata, ma mi interessava concentrare l’attenzione su un blocco di tempo specifico. Porto, comunque, ancora la mia Holga con me quando esploro Brooklyn.
Chi sono stati i tuoi riferimenti fotografici nella realizzazione del progetto?
Il primo è stato il fotografo Christopher Anderson e il suo libro Nonfiction. È un bellissimo libretto di foto scattate con una toy camera Holga che ci mostra scorci di vita con una narrazione strutturata. La seconda è stata la fotografa di moda Pauline St. Denis, con il suo uso della Holga e del flash per servizi fotografici commerciali di musica e moda. Il suo lavoro mi ha fatto capire che la Holga poteva essere sperimentata e utilizzata professionalmente. Il terzo fotografo che mi ha influenzato notevolmente è stato Peter Ellenby, che fotografava gruppi rock e ritratti di musicisti. Il suo Every Day is Sunday è un vero tesoro che ho comprato a una sua mostra. Nelle sue immagini ho colto la gioia e la libertà nell’inaspettato, per non parlare dei suoi magnifici ritratti.
Ulteriori informazioni sul lavoro di Valery Rizzo sono disponibili sul sito della fotografa, valeryrizzo.com.
Titolo Wonderland. Brooklyn 2007–2023
Fotografie di Valery Rizzo
Formato 21,6×27,9cm
Pagine 128
Lingua inglese
Prezzo 48 euro
Editore Kehrer
Data di pubblicazione dicembre 2025
ISBN 978-3-96900-215-5
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