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Home CULTURA INTERVISTE

Paolo Galletta: full immersion di un fotografo nelle realtà marginali

Paolo Galletta utilizza la fotografia come mezzo per vivere e raccontare l’incontro con l’altro, penetrando nelle vite dei suoi soggetti con rispetto e grande sensibilità.

Francesca Orsi di Francesca Orsi
16 Ottobre 2025
in INTERVISTE
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Dalla serie Ferentari. © Paolo Galletta
Dalla serie Ferentari. © Paolo Galletta

La fotografia di Paolo Galletta è una fotografia che indaga ciò che è messo al margine dalla storia, dalla vita, dalla memoria. Il fotografo siciliano, di Messina, fa della sua produzione un monito sociale, civile, alternando lo stile documentario e reportagistico con visioni concettuali e messe in scena. Il suo metodo di lavoro implica sempre un’immersione completa nel territorio, nella quotidianità – anche cruda e difficile – dei suoi soggetti, con tutte le emozioni che questo coinvolgimento in prima persona implica.
Abbiamo chiacchierato con lui per farci raccontare i suoi progetto e la sua idea di fotografia.

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Qual è il percorso che definisce la tua carriera come fotografo, sia dal punto di vista dell’esperienza che dal punto di vista concettuale?

È un viaggio fatto di curiosità e incontri. Ho iniziato con il desiderio di raccontare ciò che avevo davanti agli occhi, ma con il tempo ho scoperto che ciò che mi attrae davvero è scalfire la superficie delle cose. Immagino quello che restituisce la fotografia come un’altra dimensione che viaggia tra visibile e invisibile, quello che appare nel risultato di una foto è affine alla realtà ma su un piano diverso. Questa mia percezione è stata fonte di ispirazione per il mio modo di guardare e restituire il mondo.

Dalla serie Bosnia Erzegovina. © Paolo Galletta
Dalla serie Bosnia Erzegovina. © Paolo Galletta

Per me la fotografia non è immagine, ma indagine; è un modo per immergermi nelle cose e allo stesso tempo interrogarmi, interpretare lo spazio tra realtà ‘percepita’ e realtà ‘restituita’.
La mia carriera la percepisco come una serie di tappe concluse, intervallate da vuoti bui, ma allo stesso tempo un viaggio che continua a sorprendermi di quanto possa scoprire sempre qualcosa di me stesso.

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Si percepisce nei tuoi recenti lavori come Bosnia Erzegovina e Ferentari una particolare immersione sociale nel territorio che indaghi. Secondo quale pensiero trovi gli argomenti dei tuoi lavori e come ti approcci a zone particolarmente difficili e anche pericolose?

Ogni volta che mi trovo in luoghi con situazioni complicate da un punto di vista emotivo e con ferite aperte che li caratterizzano – come espresso in Bosnia Erzegovina o in Ferentari, ma aggiungerei anche in Parco Verde e più in generale nel lavoro sulla Terra dei Fuochi – mi affido sempre al rispetto e alla lentezza del mio approccio. Interpreto i luoghi vivendoli, facendomi accettare, costruendo un rapporto di fiducia reciproca. Ciò che cerco è l’umanità che sopravvive, anche nei posti più marginali e feriti. È un processo che richiede molto tempo, ma è anche l’unico modo per presentare un risultato frutto di empatia e di comune immersione nelle dinamiche che si vogliono raccontare.

Dalla serie Bosnia Erzegovina. © Paolo Galletta
Dalla serie Bosnia Erzegovina. © Paolo Galletta

Spesso mi sono trovato in situazioni difficili e complesse, potenzialmente pericolose. Tessere una rete di contatti che ti aiutino è fondamentale, spesso serve l’intercessione di qualcuno del luogo per farsi accettare da spacciatori o da chi davvero vive situazioni di estremo disagio, che possono essere gravi malattie o tossicodipendenze, come per il lavoro di Parco Verde, ambientato a Caivano, in provincia di Napoli. Solitamente individuo i temi dei miei lavori lasciandomi attrarre da luoghi e persone, che fanno emergere in me l’esigenza di raccontare. Quello che cerco è una realtà capace di parlare in profondità, di raccontare un’esperienza umana autentica e universale.

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Nello specifico molte tue immagini raccontano di disagio sociale, isolamento, violenza, storie personali difficili. In che modo ti avvicini ai tuoi soggetti e alla loro particolare storia di vita?

In progetti come Corviale, ho incontrato persone che vivono situazioni complesse legate alla marginalità urbana, alla droga e all’esclusione sociale, ma con un forte senso di riscatto. Ho trascorso molto tempo con loro, condividendo momenti quotidiani, ascoltando storie e lasciando che fossero loro a guidare la narrazione. In Parco Verde, i temi principali sono il narcotraffico e la dipendenza, insieme alle cicatrici causate da tumori e malattie che la Terra dei Fuochi infligge agli abitanti di quei luoghi. Ogni corpo racconta la propria storia e le difficoltà vissute, e fotografarli richiede delicatezza e consapevolezza. Solo con il tempo è possibile fare questo tipo di lavoro.

Dalla serie Bosnia Erzegovina. © Paolo Galletta
Dalla serie Bosnia Erzegovina. © Paolo Galletta

Il tuo lavoro ha, per lo più, un taglio reportagistico, ma ci sono progetti, come Pad. 18, che si caricano anche di una particolare ricerca estetica e di un’idea compositiva diversa dal resto. Ci racconti quel lavoro e come l’hai concepito dal punto di vista visivo?

Come detto prima, il concettuale e l’interpretazione dell’altra ‘dimensione’ mi portano alla realizzazione di lavori studiati e costruiti per dare una forma alle mie idee in relazione ad alcuni luoghi o fenomeni sociali. Pad. 18 è un lavoro che è nato scoprendo l’ex ospedale psichiatrico Santa Maria della Pietà a Roma, un’esperienza emotivamente forte. Il padiglione 18, in particolare, era riservato ai pazienti considerati pericolosi e tutta la forza di quella struttura, percorrendo i corridoi, ti entra proprio sotto la pelle, considerando anche la sua condizione di abbandono e fatiscenza, ma con ancora i segni forti del terribile vissuto che lo caratterizza. Insieme ad alcuni attori ho provato a far rivivere le dinamiche di profonda sofferenza e la relazione tra gli aspetti nascosti e controversi che albergano nella nostra psiche.

Dalla serie Pad.18. © Paolo Galletta
Dalla serie Pad.18. © Paolo Galletta
Dalla serie Pad.18. © Paolo Galletta
Dalla serie Ferentari. © Paolo Galletta
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Prima gli italiani? è un progetto di ritratti. Con che modalità l’hai realizzato e cosa vuole simboleggiare?

Più che un lavoro, è stato una presa di posizione forte e netta. All’epoca era in atto una forte ondata di immigrazione, centinaia e centinaia di persone sbarcavano in Italia su barconi provenienti prevalentemente dalla Libia, carichi di esseri umani di origine africana e medio orientale. Tanta gente si opponeva all’accoglienza al grido di ‘prima gli italiani’, io ho pensato di aggiungerci un punto interrogativo dando un titolo provocatorio a questo lavoro, che simboleggia la profonda somiglianza tra quei movimenti migratori e il fenomeno dell’emigrazione che ha caratterizzato l’Italia stessa dai primi del ’900. I soggetti raffigurati nelle foto sono veri immigrati che da poco erano nel nostro territorio, provenienti dai centri di accoglienza di Messina e Barcellona Pozzo di Gotto, vestiti con indumenti e con le classiche ‘valigie di cartone’ che caratterizzavano i nostri emigranti cento anni prima.

Dalla serie Ferentari. © Paolo Galletta
Dalla serie Ferentari. © Paolo Galletta

Ai ragazzi che hanno posato erano state precedentemente spiegate le finalità del progetto, che hanno subito sposato.
Ho scattato con una fotocamera Sony Alpha 7R III e per ottenere  una tridimensionalità abbastanza naturale ho posizionato un flash frontale con un grande softbox ottagonale e altri due flash dietro, a destra e sinistra, in modo speculare. Infine, ho usato la postproduzione per dare un senso di antico.

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Il tuo modo di fotografare spesso documenta il concetto di “memoria”. Lo fai con uno sguardo non giudicante, o pensi che le tue immagini esprimano anche una tua presa di posizione?

Nei miei progetti la memoria non è mai un concetto astratto, ma qualcosa che prende forma concreta nei volti che incontro, nei luoghi e negli oggetti. In Bosnia Erzegovina, ad esempio, la memoria è fatta di ferite, riconducibili alla guerra, ancora visibili, mentre in Ferentari si manifesta nella quotidianità che resiste nonostante tutto. Le abitazioni, che erano i casermoni ai tempi del regime di Ceausescu, fanno da scenografia, dove il passato si manifesta come presente.
Spesso ritraggo le persone con la fotografia di un parente morto, perché è proprio in quei gesti, in quegli oggetti che portano con sé, che la memoria diventa racconto vivo.

Dalla serie Ferentari. © Paolo Galletta
Dalla serie Ferentari. © Paolo Galletta

Quando fotografo, non cerco mai di imporre un giudizio, mi interessa piuttosto creare lo spazio per ascoltare e restituire, lasciando che siano le persone stesse a raccontarsi attraverso ciò che mostrano e conservano. Naturalmente il mio sguardo non è neutro, ogni scelta di un volto, un silenzio, una foto tra le mani, è già una presa di posizione. Non come giudizio, ma come responsabilità di affermare che quelle storie e quelle memorie hanno valore e meritano di essere viste.

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Chi o cosa ha maggiormente influenzato la tua idea di fotografia?

Tanti libri, tanto cinema, tanti autori, soprattutto partecipare a workshop negli anni. Questi incontri diretti sono stati fondamentali. Sarebbe riduttivo elencarli, sono davvero tanti, su tutti sicuramente Paolo Pellegrin, Michael Ackerman, Antoine D’Agata, David Alan Harvey e tanti altri, tutti con stili e approcci profondamente diversi tra loro. La commistione di idee e di visioni è profondamente entrata nel mio modo di rappresentare ciò che vedo.

Dalla serie Prima gli italiani? © Paolo Galletta
Dalla serie Parco Verde. © Paolo Galletta
Dalla serie Corviale. © Paolo Galletta

Ulteriori fotografie e informazioni sul lavoro di Paolo Galletta sono disponibili sul sito del fotografo www.paologalletta.com.

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