Dopo i concerti inaugurali a Cardiff, le principali agenzie fotografiche mondiali (Getty, Reuters, AP, AFP, Shutterstock) hanno deciso di boicottare il tour reunion degli Oasis. Nessun fotografo accreditato sarà più presente alle prossime tappe, né in Inghilterra né altrove. Il motivo? Una clausola imposta dal management della band che limita l’uso editoriale delle immagini a soli 365 giorni dalla pubblicazione.
Dopo quell’arco di tempo, infatti, i diritti tornerebbero alla band stessa, impedendo agli archivi fotografici di conservare e riutilizzare gli scatti a fini storici o editoriali futuri. A reagire è stata la News Media Coalition, che rappresenta gli interessi delle agenzie di stampa, definendo questa clausola “altamente inusuale e dannosa”. Non è la prima volta che si assiste a dinamiche simili nel mondo della musica live, ma il caso Oasis riapre il dibattito su un tema che tocca la dignità e la sostenibilità del lavoro fotografico: chi detiene realmente il diritto sulle immagini?
Da un lato le agenzie rivendicano il principio della libera documentazione degli eventi pubblici e il valore storico ed economico del proprio archivio; dall’altro gli artisti, sempre più orientati a controllare rigidamente ogni aspetto della propria immagine, vedono nelle foto un’estensione del proprio brand. Resta il fatto che, salvo ripensamenti, le prossime 39 date del tour – fino alla tappa finale di San Paolo in Brasile, il 23 novembre – saranno visivamente raccontate solo dal materiale ufficiale fornito dal management. Un limite oggettivo non solo per la stampa, ma anche per chi, da fotografo, costruisce nel tempo il racconto visivo della musica.
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