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M come migliore
FOTO Cult - Novembre 2021 #186

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Emanuele CostanzoLa fotografa romana Liliana Ranalletta, la cui intervista trovate in questo fascicolo, sostiene con apprezzabile lucidità e onestà intellettuale che la perfezione tecnica delle immagini digitali rende altamente consigliabile la postproduzione, una sorta di ultima spiaggia per dare un tocco di personalità alle proprie opere.
Questa correttezza formale delle fotografie è un fenomeno che sempre più spesso riscontriamo anche nelle proposte che arrivano in redazione, sui nostri profili social e, in genere, in ambito fotoamatoriale. Pur con notevoli eccezioni, la produzione fotografica realizzata con tecnologia digitale si va appiattendo, cosa che ha come primo effetto negativo il rendere più difficile un gioco che ci ha sempre divertito: riconoscere gli autori delle immagini, prima ancora di averne letto il nome... Scherzi a parte (ma neanche tanto), la maggior parte delle fotografie è oggi tecnicamente molto corretta: nove volte su dieci gamma dinamica, nitidezza e cromatismi sono inappuntabili. Eppure, spesso le immagini peccano di originalità. La tendenza è a stupire non con messaggi originali e contenuti innovativi, ma con virtuosismi tecnici, spesso da riconoscere e attribuire alla fotocamera o all'obiettivo anziché al fotografo. Performance, quindi, che possono ricondursi alla capacità di spesa del fotografo più che al suo talento, merce di certo non in vendita. La tecnologia, insomma, anche se non sempre a buon mercato, è profusa a piene mani nelle fotocamere moderne e quando diviene troppo efficiente sovrasta le personalità.
In questo numero trovate il test di una fotocamera speciale, la Canon Eos R3: è una macchina difficile, richiede un lungo periodo di apprendistato perché alcune "nuove" funzioni, come il controllo dell'autofocus con l'occhio, non ne sostituiscono altre, ma si aggiungono al modus operandi tipico. Quindi impongono l'affinamento del c oordinamento psicomotorio: il fotografo deve ragionare e agire sulla fotocamera come un pianista sulla tastiera. La mirrorless di Canon può trasformarsi in uno strumento formidabile nelle mani di chi sa sfruttarla, offrendo soprattutto ai professionisti della fotografia sportiva un concreto vantaggio sulla concorrenza.
Quanto appena affermato può sembrare in contrasto con la "critica" verso la tecnologia invasiva. In realtà qui siamo di fronte a logiche diverse, di mercato della fotografia prima ancora che della tecnologia. Per capirci, restiamo in tema di autofocus: quello della Eos R3, così come quello delle ammiraglie di altre Case, appartiene a una nuova generazione di automatismi che definiremmo intelligenti. Riconosce persone e animali, e individua persino i loro occhi. Li mette a fuoco in un istante e li segue fedelmente. E poi identifica moto e automobili, addirittura i caschi dei piloti, su cui incolla la messa a fuoco finché possibile. L'abilità del fotografo sta "solo" nell'inquadrare correttamente il soggetto, nel seguirlo nella sua traiettoria, nel pigiare il pulsante di scatto al momento giusto. E, se vogliamo, anche su quest'ultimo punto ci sarebbe da discutere, dato che con cadenze di 30 fotogrammi al secondo bisogna proprio addormentarsi per perdere l'attimo cruciale. Con questa potenza di fuoco, un fotografo che si fosse trovato a riprendere le Olimpiadi del 1984, le ultime prima dell'avvento dell'autofocus (sino ad allora, la battaglia tecnologica si era giocata sulla cadenza di scatto, sulla luminosità delle ottiche, sulla qualità delle pellicole), non avrebbe lasciato neanche le briciole alla concorrenza. Nella nostra epoca frenetica, invece, il professionista deve disporre dei mezzi più evoluti perché spesso a fare la differenza è un millesimo di secondo, il guizzo che fa fare click mentre il collega seduto a fianco perde l'attimo.
Il fotoamatore può invece concedersi il lusso di sbagliare, di non farsi sostituire dagli automatismi, pero ché nessuna redazione aspetta i suoi scatti, non è con quelli che porta la pagnotta a casa. Saper fare a meno degli automatismi, impostare su M qualsiasi funzione, non è solo una questione filosofica, ossia ribadire la superiorità dell'uomo sulla macchina, mantenersi intellettualmente liberi e via discorrendo. È innanzitutto il miglior modo, se non l'unico, per mantenere viva la passione per la fotografia e per migliorare le personali capacità espressive. Allenare l'occhio a calcolare l'esposizione senza affidarsi all'esposimetro o provare a tenere a fuoco manualmente un soggetto in movimento, scatto dopo scatto, sono esercizi che possono essere davvero frustranti all'inizio. Col tempo, però, la ripetizione ossessiva che sta alla base di ogni esecuzione perfetta permette di padroneggiare la tecnica, di capire meglio anche eventuali automatismi ausiliari, di farne consapevolmente a meno gestendo sfumature di contrasti e di cromie, nitidezza e profondità di campo come parti essenziali di un messaggio profondo, forse imperfetto ma personale, distintivo, migliore.
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