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Il realismo dei sensori
FOTO Cult - Ottobre 2021 #185

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Jessica BarresiDiceva Alfred Stieglitz: "La fotografia è la mia passione, la ricerca della verità è la mia ossessione". Un'ossessione di vecchia data, sorella gemella della stessa fotografia, da subito definita come autorappresentazione della Natura. Uno slogan pubblicitario di materiale dagherrotipico recitava: "Lascia che la Natura plasmi ciò che la Natura stessa ha fatto", esortando all'utilizzo di uno strumento capace di replicare il visibile in maniera esatta e dettagliata. Sebbene la storia del medium abbia fatto il suo corso, il concetto di verità è ancora incardinato sulla corrispondenza tra la scena fotografata e la realtà osservata a occhio nudo. Il fotogiornalismo puro esige la rappresentazione inalterata di un dato evento, bandisce la manipolazione dell'immagine, auspica l'invisibilità dell'intervento fotografico e la prossimità al soggetto ripreso in termini di spazio e di tempo, che si traduce in testimonianza reale.

Come reagiscono i fotografi alla cristallizzazione di un genere fotografico? I teorici dell'immagine Rune Saugmann, Frank Möller e Rasmus Bellmer affrontano la questione nel saggio Seeing like a surveillance agency? Sensor realism as aesthetic critique of visual data governance (La visione come un atto di sorveglianza? Il realismo dei sensori come critica estetica della governance dei dati visivi, 2020) scaturito dalla riflessione sul progetto fotografico Heat Maps di Richard Mosse, lavoro in mostra fino allo scorso 19 settembre all'interno dell'antologica Displaced, ospitata dalla Fondazione MAST di Bologna.

Rigettando la standardizzazione del fotogiornalismo al punto da rifiutare, nel 2015, la proposta di entrare a far parte della storica agenzia Magnum Photos, Mosse si distingue per l'abitudine di ricorrere a metodi di ripresa non convenzionali. La termocamera impiegata per la realizzazione di Heat Maps, sviluppata per la sorveglianza e la ricognizione in ambito militare, rileva il calore umano fino a trenta chilometri di distanza offrendo immagini apparentemente nitide, ma prive di dettaglio se osservate con attenzione. Il fotografo irlandese punta il mirino sul campo profughi dell'area portuale di Skaramagas (Grecia), e riprende migliaia di migranti i cui volti sono resi irriconoscibili dalla tecnica di ripresa; individui anonimi e privi di identità, ridotti a mere impronte biologiche.
Si tratta di una nuova estetica, che gli autori del saggio definiscono realismo dei sensori, ossia un "realismo basato sulla replica visiva delle tecnologie introdotte per la visualizzazione e la gestione di un problema piuttosto che la rappresentazione fotorealistica del problema stesso. Il realismo dei sensori consiste nell'appropriazione critica e artistica dei dispositivi, dell'estetica e delle pratiche di produzione dei dati visivi".

Mosse si allontana vertiginosamente dal soggetto, lo riproduce con fattezze che mai riscontreremmo a occhio nudo e palesa senza incertezze l'intervento fotografico. Così traditi tre principi fondamentali del fotogiornalismo, il fotografo punta a stimolare un'analisi critica della tecnologia di cui si è servito, precipitando l'osservatore in una sensazione di disagio: lo spettatore proiettato a ridosso dell'intimità di soggetti inconsapevoli di essere ripresi è complice di una qualche violazione dei loro diritti? Il realismo dei sensori non si preoccupa solo di registrare come l'altro vive, ma di stimolare una riflessione su come l'altro viene guardato.
L'inconsapevolezza del soggetto garantisce autenticità e spontaneità: non è questa una forma di registrazione del reale? La mappatura del calore generato dal corpo di un essere umano non può essere considerata una traccia del reale alla stregua di un canonico ritratto fotografico? Davvero la Natura disegna sé stessa solo attraverso ciò che risulta visibile a occhio nudo?

Richard Mosse produce opere di enorme impatto visivo, ma è doveroso rimarcare che la strumentazione selezionata per ciascun progetto ha un fondamento concettuale oltre che tecnico-estetico. È proprio in questo modo che l'artista riesce a stimolare il pubblico su più fronti contemporaneamente, inducendolo a interrogarsi su diversi piani in merito alle annose problematiche che affliggono il nostro pianeta.
Non sappiamo se il fotogiornalismo si vedrà costretto a rivedere le sue fondamenta, certo è che sempre più fotografi sono impegnati a scrollarsi di dosso alcune regole stantie, imboccando strade inesplorate, spesso a caccia di ciò che l'occhio nudo non può cogliere, perché l'invisibile può essere vero e reale tanto quanto il visibile.
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