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Un altro sport
FOTO Cult - Dicembre 2018 - Gennaio 2019 #157

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Emanuele CostanzoDurante una riunione di un circolo fotografico che frequentavo negli anni Novanta mi capitò per le mani un bianconero stampato con maestria, un paesaggio collinare, pali della luce cuciti dalle onde di un cavo lucido per la pioggia, in fuga prospettica verso un casale abbandonato. Una foto semplice che nel mio database mentale, allora piuttosto vuoto, provocò una forte eco. Tanto che chiesi all'autore come e dove l'avesse scattata. Sul come fu prodigo, sul dove omertoso...

Il caso volle che giorni dopo, girovagando in auto per le campagne romane alla ricerca di scorci, rivedessi quel paesaggio, incorniciato nello specchietto retrovisore, ovviamente "capovolto". Ero passato tante volte per quella strada rurale, ma quella fotografia non mi aveva mai chiamato. C'era voluto uno specchietto. E soprattutto c'era voluta una nuova fonte di ispirazione che me la facesse vedere. Inchiodai e cercai di rifare a memoria quello scatto. Avevo la reflex già caricata con pellicola diapositiva a colori, quindi la mia copia non avrebbe potuto eguagliare l'originale né per l'essenzialità del bianconero, né per la luce, che nel mio scatto era ordinaria, mentre la stampa che mi aveva ispirato appariva drammatica per il temporale appena passato. Mostrai il mio risultato in diapositiva alla riunione successiva, qualcuno sorrise, ma non l'autore dello scatto originale, che celò a malapena un certo disappunto. Non colse che il mio tentativo di imitazione altro non era che una sincera dichiarazione di ammirazione per il suo occhio. Non cercavo un "like" dai miei sodali, non solo perché Facebook era di là da venire, ma perché non era con una copia, peraltro solo in parte fedele e di certo meno efficace dell'originale, che cercavo gratificazione.

Questo ricordo è riemerso imbattendomi in una discussione avviata, proprio su Facebook, da un fotografo che non sa darsi ragione del perché tanti organizzino viaggi, impegnativi e anche piuttosto costosi, per raggiungere luoghi famosi e fare le stesse fotografie che hanno contribuito alla popolarità degli stessi, senza aggiungere particolare inventiva od originalità. Qui ne riportiamo alcuni stralci.

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Non vedete il nesso? Ebbene, imitare o copiare (che proprio la stessa cosa non sono, ma per ora va bene lo stesso) i lavori altrui per tributare onore e merito, come accade per le cover musicali, ossia quel che feci io 25 anni fa, non è l'unica giustificazione possibile. Ce ne sono altre, parimenti "innocenti" e importanti. Per questo ho seguito con curiosità il susseguirsi degli interventi in questa discussione, sperando che qualcuno ribattesse con logica e apertura all'assunto che imitare sia tutt'altro che sconveniente. Quando impariamo a scrivere ci viene chiesto di imitare segni tracciati sulla carta (che per noi non hanno ancora significato), e quello è addestramento. Un mio professore del liceo diceva che leggere è un po' come vivere le vite degli altri, e questa potremmo sostenere che è maieutica. Nel cercare di ripetere una fotografia – beninteso evitando il plagio – c'è, dunque, il mettere a frutto l'esperienza altrui facendola propria, c'è il desiderio di confrontarsi anche con sé stessi, c'è la volontà di sfidare le proprie conoscenze tecniche e anche la consapevolezza che il momento in cui stiamo scattando è diverso da tutti gli altri momenti vissuti da altri fotografi, e noi vogliamo fissare proprio quello, a modo nostro.

Quindi avremmo voluto chiudere quel thread di Facebook commentando che copiare una fotografia non è copiare, ma è proprio tutto un altro sport.
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