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Ghiaccioli al Polo Nord?
FOTO Cult - Giugno 2017 #142

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Emanuele Costanzo Durante i viaggi organizzati dalle aziende per lanci di prodotto o altre iniziative legate alla fotografia, capita spesso di portare con sé una fotocamera di cui si sta effettuando la prova, per sfruttare scorci inediti e illustrare nel modo più vario articoli altrimenti troppo densi di tecnicismi. E così la Fujifilm GFX 50S, mirrorless medioformato da 51 megapixel di cui trovate ampio approfondimento in questo fascicolo, mi ha accompagnato durante l'ultimo viaggio a Londra, calamitando gli sguardi degli altri giornalisti sia perché era il primo esemplare messo a disposizione della stampa, sia perché stimolava ragionamenti interessanti. Primo tra tutti, quello inerente il reale pubblico di destinazione di un apparecchio che si indirizza, almeno sulla carta, ai professionisti dei settori della moda, del ritratto, dello still life e, volendo, dell'architettura e del paesaggio. È qui che due stimati amici e colleghi, a vario titolo impegnati nella fotografia professionale, si sono chiesti: "Ma quanti sono ancora in Italia i fotografi che riescono ad ammortizzare un costo del genere?". Ora la Fujifilm non è né la prima fotocamera a costare più di 7.000 euro solo corpo, né tantomeno la più cara, anzi è forse la più economica della categoria. Ma se la questione è stata posta quasi in coro dai due di cui sopra, che non sono certo degli sprovveduti, è segno che sotto c'è un interrogativo ben più profondo. La professione del fotografo è tanto in crisi da far dubitare della diffusione di un apparecchio del genere? Perché la stessa domanda non è stata posta quindici anni fa, quando, tanto per fare un esempio, veniva lanciata la Eos-1Ds, prima full frame di Canon da 11 megapixel e 8.000 euro? Segno che la situazione è cambiata nel frattempo o, meglio, si è aggravata. Già anni fa affrontammo la questione, notando come il numero delle partite IVA legate alle attività fotografiche si fosse ridotto sensibilmente dall'inizio del terzo millennio. Da allora abbiamo visto moltiplicarsi i tentativi delle associazioni di categoria di difendere il proprio territorio. Le loro iniziative, però, non hanno sortito l'effetto sperato, come spesso accade quando il corporativismo si scontra con movimenti culturali, tecnologici ed economici di portata incontrastabile. La compressione numerica della categoria è dovuta probabilmente a più fattori.
La pistola fumante, con tutta evidenza, è in mano al digitale, che ha reso chiunque in grado di produrre, con minimo impegno mentale e pecuniario, fotografie tecnicamente corrette. Si dice che siamo tutti fotografi, e da quando c'è lo smartphone lo è involontariamente anche chi non aveva mai fatto un click in vita sua. Se poi diamo retta agli ultimi spot televisivi, lo smartphone fa di noi addirittura dei professionisti. Altro che contrazione della categoria... Torniamo seri: il secondo responsabile è l'involuzione culturale che ha reso il destinatario finale della fotografia, il consumatore, meno sensibile alle sfumature qualitative, o più "di bocca buona" se vogliamo. Anni di studi, di esperimenti, di porte in faccia e di successi, di evoluzione personale e di blocchi psicologici – la professionalità, per dirla con una parola – sono inutili se l'oggettivo divario qualitativo con un fotografo dilettante sedicente professionista improvvisamente non viene riconosciuto dal cliente: perché pagare per qualcosa che non vedo?
Entrambi questi fattori già quindici anni fa indebolivano la figura del fotografo professionista. Poi si è abbattuta una crisi economica globale che, almeno in Italia, non molla ancora la presa. E le aziende, la committenza, hanno avuto un motivo in più per risparmiare, puntando sul rapporto tra spesa e risultato apparentemente più conveniente, sempre all'insegna del minimo indispensabile, del "good enough".
E così c'è chi getta la spugna, chi per non gettarla integra la propria figura professionale con attività collegate ma non puramente fotografiche, e chi riesce a mantenere la distanza di sicurezza dalla marea di qualunquismo che sale, restando "solo" fotografo, facendo la differenza per la validità delle idee, per l'efficienza dell'esecuzione, per la capacità di creare sinergie con le altre figure necessarie al processo fotografico, per l'abilità nel valorizzare se stessi e i propri strumenti e offrirsi a quella committenza che, a sua volta, vuole distinguersi e sa che la qualità si paga.
È a questi professionisti, oltre che a tutti gli amanti dell'eccellenza tecnologica, che Fujifilm, Hasselblad, Pentax o Phase One venderanno le loro costose fotocamere medioformato. E se il concetto di qualità non è del tutto dimenticato, i numeri daranno loro ragione.
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