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Smartphone e cultura:
qualcosa sta andando storto?

FOTO Cult - Novembre 2020 #176

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La passione per la fotografia mi ha spinto nel tempo a "sperperare" cifre considerevoli in corredi fotografici. Il tutto in assenza di ritorno economico: lavoro in tutt'altro settore e faccio fotografie per puro piacere. Un piacere legato non soltanto al realizzare immagini che ogni volta mi emozionano, ma anche al possesso di strumenti tecnologici che mi lasciano la massima libertà creativa. Sono affascinato dalla cura costruttiva (così la definite nei vostri test) delle attrezzature professionali, dalla precisione di un comando metallico, dalla sensazione di sostanza che può trasmettere un obiettivo ad alta luminosità. Ho da poco superato i quarant'anni, perciò non appartengo alla generazione Instagram (anche se utilizzo tale social) e nemmeno a quella da fotoclub di mio padre (dal quale ho ereditato la passione per il clic). Come tutti mi diverto a scattare con lo smartphone, ma so che full-frame e ottiche intercambiabili sono un altro mondo. È in questo che mi sento sempre più una mosca bianca: sabato scorso ero al centro commerciale e osservavo il contrasto fra il reparto telefonia gremito come sempre e quello fotografico semideserto, nonostante fossero esposte reflex e mirrorless fighissime. Questo mi fa pensare che l'industria fotografica sia in cortocircuito, perché sta togliendo valore a strumenti di altissime prestazioni accontentandosi di vendere gli eredi delle compatte da fotoricordo. Per la cultura della fotografia, qualcosa sta andando storto.
Marco, via e-mail



Daniele ConfaloneMarco (che preferisce firmare col nome di battesimo), un lettore che spesso ci invia riflessioni interessanti, coglie con efficacia il rapporto che può instaurarsi con gli strumenti della nostra creatività: non il culto dell'oggetto, bensì del suo contenuto funzionale. Ma stavolta il nostro amico merita la prima pagina per gli spunti che ci offre scrivendo del cortocircuito dell'industria fotografica, sulle ragioni del quale non ci trova d'accordo: i produttori di smartphone, infatti, non sono gli stessi degli apparecchi fotografici convenzionali. Ciò non toglie che i relativi target possano coincidere: l'industria della telefonia mobile è immersa nell'imaging fino al collo, e per questo è in concorrenza con quella squisitamente fotografica. Non a caso, le réclame degli smartphone mettono in primo piano il comparto foto/video. Nessun pubblicitario si sognerebbe di sbandierare, ad esempio, le qualità dell'audio o la pronta risposta al tocco del display. E questo non perché, nella testa dei consumatori, gli smartphone siano prima fotocamere e poi tutto il resto: è solo che le funzioni imaging sono di gran lunga più coinvolgenti delle altre (e il tiepido successo dei dispositivi più orientati al gaming dice tutto), quindi possono costituire la chiave perfetta per stimolare acquisti emotivi e magari far chiudere un occhio sul prezzo.



Il fatto di tenere necessariamente il telefono sempre con noi, le app che ci fanno sentire fotografi bravi e creativi senza doverci impegnare, e la possibilità di immediata condivisione social delle immagini, chiudono il cerchio: nessuna fotocamera compatta ha mai fatto tutto questo, e quelle che ci hanno provato (ricordiamo timide ibridazioni con Android) sono state meteore.



Ciò significa che qualcosa sta andando storto per la cultura della fotografia? Crediamo di no, anzi: percepiamo un fermento che lascia presagire il contrario, e questo nonostante molti fotografi esperti e preparati si sentano una specie in estinzione (non scorgiamo questo pericolo). Semmai notiamo qualche errore nella strategia dell'industria fotografica tradizionale, troppo spesso fondata sulla comunicazione superficiale e inconsistente di blogger e influencer, magari buona per piazzare uno smartphone, ma non per far percepire in modo massivo il valore dei propri prodotti e dipingerne un'immagine che li renda desiderabili come meritano. Ma questo non è colpa degli smartphone, né di chi li produce.


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