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La sostanza e le forme
FOTO Cult - Ottobre 2020 #175

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Emanuele CostanzoIn questo numero dominato dall'approfondimento sul RAW, che speriamo stimoli creatività e padronanza tecnica nei nostri lettori meno esperti, l'assembramento di mirrorless full frame di varie fogge ha indotto in redazione una riflessione di stampo solo apparentemente filosofico, se non addirittura ozioso. Salvo rarissime eccezioni, tutte le recenti mirrorless hanno la medesima forma: un corpo a sviluppo orizzontale, un bocchettone ottiche leggermente decentrato e sovrastato dal mirino elettronico, un'impugnatura rigorosamente a destra (con buona pace di chi da decenni sogna modelli dedicati ai mancini), un'appendice a sinistra. Vi ricorda qualcosa? Eh già, è la forma delle reflex del secolo scorso. Queste, però, non potevano essere modellate diversamente, avevano dei vincoli strutturali, ottici e meccanici, ineludibili.

la Minolta Dimage EX 1500 e la Nikon Coolpix 900 (entrambe del 1998)

Il digitale ha svincolato progettisti e designer da questi legacci: il gruppo sensore/ottica e i sistemi di mira - mirino o monitor - hanno perso l'obbligo di contiguità, tant'è che nei primi vent'anni dell'era moderna si sono viste fotocamere dalle forme davvero bizzarre e non sempre prive di senso. Giusto per citarne un paio: la Nikon Coolpix 900 con snodo centrale e la Minolta Dimage EX 1500, che consentiva addirittura di separare il blocco sensore/ottica dal corpo principale grazie a un cavo dedicato. Oggi le compatte digitali non sono più protagoniste del mercato, scalzate dagli smartphone, e le superstiti possono essere ricondotte essenzialmente a due tipologie morfologiche: "melanzane", come la Panasonic FZ1000, e "saponette", come la Sony RX100. Tra le tascabili, l'unica categoria dove ancora si osa qualche divertissement è quelle delle action cam che, non dovendo essere necessariamente impugnate, possono avere forme che rispondono a esigenze primarie diverse dall'ergonomia.

Nel mondo della fotografia digitale che più ci interessa da vicino, invece, non c'è stata una vera rivoluzione. Anche quando le mirrorless hanno di fatto soppiantato le reflex, i designer si sono appiattiti su stili che non solo si rifanno alle loro "vittime", ma addirittura a quelle di una certa età. Sony e soprattutto Fujifilm sono un fulgido esempio di questa filosofia. È curioso notare che, anziché proporre nuovi modelli di ergonomia, le Case hanno spesso preferito puntare a controproducenti record di miniaturizzazione, salvo poi tornare sui propri passi, spinte dalle critiche dei fotografi. E sì che di strada da fare per migliorare il rapporto fisico tra fotografo e fotocamera ce ne sarebbe. Ammettiamo di lodare spesso, nei nostri test, la maneggevolezza delle fotocamere moderne, forse perché abituati a convivere con limiti che a un neofita assoluto apparirebbero evidenti: siamo obbligati a strofinare il naso sui monitor, il mirino in alto al centro obbliga a posizioni innaturali e alla lunga scomode, l'oculare è a volte troppo rigido se non addirittura pericoloso in caso di urti accidentali, il volume alla sinistra - dove non c'è più il rullino di analogica memoria - sbilancia la presa. E poi ancora, la disposizione di alcuni comandi non tiene conto del fatto che il mirino elettronico permette o induce a gestire la fotocamera tenendola accostata al viso, e in questo assetto la mano sinistra ha difficoltà a raggiungere qualsiasi comando posto sul dorso; infine, la zona di contatto tra testa (o viso) e fotocamera, tanto in orizzontale quanto in verticale, è ben lungi dal rispondere alle più basilari regole di ergonomia essendo caratterizzata da spigoli vivi se non addirittura da elementi metallici.

Certo, ci vorrebbe del coraggio. Però, dato che di sostanza le moderne fotocamere ne hanno tanta, ma non abbastanza da uscire da una perdurante crisi, tentare la carta della rivoluzione ergonomica potrebbe non essere un azzardo.
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