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Il grande equivoco del #nofilter
FOTO Cult - Marzo 2020 #169

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Daniele ConfaloneI filtri fotografici non sono mai stati così divisivi, essendo quasi divenuti spartiacque fra coloro che li utilizzano e coloro che ne fanno orgogliosamente a meno e marcano con l’hashtag #nofilter le fotografie sui social network. Come dire che sì, quei colori così vivaci, quei contrasti seducenti e quella dovizia di brillanti dettagli non sono frutto di alterazione digitale, bensì di un’oculata scelta del momento giusto/della luce migliore/del punto di ripresa perfetto e poi sì, già che ci siamo anche di quel pizzico di fortuna che aiuta gli audaci. L’assenza di finzione, oggi che un’immagine è facilmente manipolabile come mai prima, può rappresentare un valore aggiunto.

Flashback. Per chi ha scoperto la fotografia usando fotocamere convenzionali, il filtro è un elemento ottico da anteporre all’obiettivo (o, in casi particolari, da inserire in un cassettino dedicato). Ovviamente un filtro deve in una certa misura alterare la realtà, per esempio aggiungendo tinte che non ci sono o magari modificando il contrasto, come succede con quelli colorati dedicati al bianconero (che già è di suo un’alterazione della realtà, mancando dei colori).

La funzione e la percezione dei classici filtri da utilizzare in ripresa non è cambiata nel passaggio dalla fotografia su pellicola a quella digitale. Quest’ultima ha, tuttavia, moltiplicato le possibilità creative offrendo una grande varietà di filtri da applicare in postproduzione. Frattanto gli smartphone hanno tolto alle fotocamere il ruolo di porta d’accesso alla fotografia e le app di imaging hanno conosciuto il successo anche e soprattutto grazie ai filtri: unici divertissement in assenza della possibilità di sostituire l’ottica e di altri stratagemmi tecnico-creativi.

Il processo di pubblicazione di una foto su Instagram, tanto per fare l’esempio più ovvio, include uno step nel quale si può scegliere fra filtri preset di intensità regolabile. Hanno nomi bellissimi come Mayfair, Hudson, Nashville o Lark. Alcuni sono evidentemente alteratori, come l’Inkwell oppure il Moon che rendono le immagini monocromatiche, altri introducono dominanti, vignettature, effetti bordo e via “creando”. Sono parte del gioco, sarebbe insensato colpevolizzarli. Ma non è per questo che l’hashtag #nofilter è privo di fondamento: c’è qualcosa in più.

#nofilter

Se fotografate con gli smartphone, ma a dirla tutta anche con le fotocamere per quanto riguarda il JPEG, forse otterrete immagini verosimilmente “pure”, ma che di fatto non lo sono. In verità non lo sarebbero nemmeno se usaste la pellicola: riprova ne sia che negli anni ’90 furoreggiavano le diapo Fujifilm Velvia, famose per saturare i colori come e più delle leggendarie Kodachrome, senza però costringere a passare per gli esclusivi laboratori della Casa madre per il processo di sviluppo.

La purezza, dicevamo, muore durante il confezionamento del JPEG, fase che comporta un certo grado di “interpretazione” da parte del software: certo, l’effetto è meno evidente di quello dei filtri, ma è questione quantitativa e non qualitativa. Brillantezza, microcontrasto, gamma e altri parametri dell’immagine vengono gestiti puntando alla piacevolezza (per non dire ruffianeria) più che alla verosimiglianza. Insomma, digitalmente parlando nessuna foto può essere onesta e pura, e a ben pensarci nessuno chiede che lo sia, se fotografare il mondo vuol dire interpretarlo.

Non è un caso che, nel campo degli smartphone, la concorrenza non si giochi più tanto sui moduli fotografici (sensori e lenti) quanto sull’intelligenza artificiale che li gestisce: la frontiera è la fotografia computazionale. La normalità è utilizzare più scatti per generare l’immagine ideale prima che banalmente verosimile, compiendo istantaneamente un’operazione che per un essere umano, in postproduzione, potrebbe richiedere giorni. E se il gesto del fotografo che piazza un filtro davanti all’obiettivo appare puerile dinanzi alla complessità di questi processi, figurarsi l’hashtag #nofilter.
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