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FOTO Cult - Febbraio 2020 #168

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Emanuele CostanzoIl 6 febbraio parteciperemo a una conferenza stampa mondiale, ad Amsterdam, in cui verrà presentata la photokina 2020, in programma dal 27 al 30 maggio a Colonia. La speranza è quella di tornare con informazioni che sovvertano le nostre attuali impressioni, che non sono affatto positive...
La fiera tedesca dedicata a fotografia, video e imaging con annessi e connessi ultimamente sempre più variegati, è la più importante a livello internazionale da diversi decenni a questa parte. Recentemente è passata da un assetto biennale, con appuntamento a settembre degli anni pari per la precisione, a uno annuale, a metà primavera; dopo l’ultima kermesse autunnale del 2018, scartata la prima ipotesi di una photokina a maggio 2019 – troppo ravvicinata – si è deciso di dar vita al nuovo corso a partire dal 2020. Una data condivisa, che avrebbe lasciato tempo a tutte le aziende di riprendere fiato, di pianificare strategie e attività. Eppure le cose non sono andate per il verso giusto, considerato che nomi del calibro di Nikon, Fujifilm, Olympus e persino Leica, che gioca in casa, hanno dato forfait. Hanno confermato la propria presenza, invece, altri grandi protagonisti dell’industria fotografica come Canon, Panasonic, Sigma e Sony.
Questa divergenza di scelte dei grandi marchi può in parte essere giustificata da situazioni economiche particolari, ma ha anche motivazioni storiche e strategiche.
Di certo passare da una fiera a cadenza biennale a una annuale comporta sulla carta maggiori costi, ma la frequenza con cui oggi i prodotti vengono sostituiti o aggiornati è ben superiore a quella di qualche decennio fa, quindi è corretto abbreviare l’intervallo tra un’esposizione e l’altra. Piuttosto, dato che la fotografia non vive un momento particolarmente florido, la fiera annuale dovrebbe essere più "eggera", soprattutto per le finanze degli espositori: meno nani e ballerine, più sostanza e, magari, quel maggior tasso di interattività che da anni predichiamo affinché venga infuso in queste manifestazioni. Non sappiamo se l’organizzazione della photokina abbia o meno ridimensionato le proprie pretese verso gli espositori. Di certo sappiamo che partecipare alla manifestazione – benché di durata ridotta a soli quattro giorni quando in passato era di una settimana – costa ai grandi marchi diverse centinaia di migliaia di euro, centesimo più centesimo meno. Somme che comprensibilmente si può essere tentati di destinare ad altre forme di comunicazione più mirate, come le mini-fiere itineranti, che le filiali locali possono permettersi anche grazie al risparmio realizzato dalla Casa Madre sul fronte internazionale.
Ma allora, sono degli sprovveduti quelli che continuano a investire su palcoscenici vastissimi e generalisti o lo sono quelli che puntano solo al contatto diretto con la propria (anche potenziale) clientela? Forse non sbaglia nessuno. Le fiere, soprattutto quelle internazionali, sono un momento strategico per la conclusione di accordi commerciali, il luogo in cui i produttori, start-up incluse, cercano di trovare distributori ai quattro angoli del mondo, in cui i rivenditori vanno alla scoperta di nuovi prodotti da offrire ai propri clienti. Quelle nazionali hanno sempre avuto un approccio più orientato al fotografo, ferma restando la finalità commerciale, magari diretta più ai singoli rivenditori che ai grossisti o agli importatori.
D’altra parte, come accennato, queste manifestazioni non hanno saputo farsi più accattivanti, più “social" proprio nel momento in cui internet ha iniziato a favorire la condivisione delle informazioni e gli incontri fisici, reali, tra appassionati, anche con il patrocinio dei marchi più intraprendenti. Qui si è innestata la tendenza a organizzare in proprio show itineranti, che è stata declinata in diversi modi e sposata, prima o poi, quasi da tutti i protagonisti del mercato fotografico italiano, che hanno così trovato l’unica alternativa possibile al – per certi versi rimpianto – Photoshow.
Se nessuno ha sbagliato, è altrettanto probabile che la strategia giusta sia nel mezzo. Fiere nazionali e internazionali da una parte, show itineranti e accademie sponsorizzate dall’altra sono due aspetti inscindibili di un marketing vincente. E questa realtà appare ancora più incontrovertibile se guardiamo a un altro settore che, come la fotografia, ha sofferto la smaterializzazione digitale: la musica. Spotify o Deezer, tanto per citarne un paio, sono app che hanno avuto il merito di offrire a miliardi di persone l’opportunità di ascoltare e conoscere, gratuitamente e legalmente, qualsiasi brano, autore o genere musicale. Una vetrina infinita dove ogni ascolto porta qualcosa nelle tasche dell’autore e che, non avendo confini o vincoli, permette di esplorare le sonorità dei cinque continenti: accedi perché cerchi Lady Gaga ed esci estasiato da René Aubry. Il guadagno per brano venduto è con tutta probabilità inferiore rispetto ai tempi del vinile, ma sempre meglio delle briciole lasciate dalla pirateria imperante fino a qualche anno fa.
Un fatto che ha comunque avuto un effetto positivo, quello di ridare smalto alle stagioni concertistiche, che portano gli artisti in giro per il mondo anche in funzione, non è difficile prevederlo, della mappa delle preferenze espresse on line. Spotify, a ben vedere, è come una fiera ben fatta: ci entri perché cerchi un aggiuntivo per lo smartphone ed esci con un banco ottico usato o con un carico di ispirazione che prenderà corpo in seguito. E se le fiere sono come questi aggregatori di contenuti – un assetto che presto speriamo di vedere applicato anche all’editoria – i roadshow sono come i concerti, pianificati anche per fare cassa, certo, ma soprattutto per far entrare gli artisti in contatto con il proprio pubblico, con gli estimatori storici e – se la comunicazione è stata efficace – con quelli di domani.
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