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Un futuro dalle "verità" infinite
FOTO Cult - Novembre 2019 #166

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Daniele ConfaloneLo scorso 23 settembre il tg satirico Striscia la Notizia ha trasmesso un video in cui il senatore Matteo Renzi straparlava durante un fuorionda, lasciandosi andare a dichiarazioni grottesche e irridendo varie personalità politiche, compreso il Presidente della Repubblica. Si trattava di un video manipolato, per gli anglofoni deepfake (combinazione dei termini deep, profondo, e fake, falso).

Per realizzare un deepfake occorrono software di intelligenza artificiale basati sulle GAN, le reti antagoniste generative: in soldoni, attraverso la sintesi di immagini e audio veri con altri registrati ad arte (per esempio utilizzando un attore da trasformare in un personaggio noto protagonista del falso video), si può far dire a chiunque ciò che si vuole.

Dunque, se chi produce e diffonde fake news aveva sinora a disposizione fucili e cannoni, ora si trova fra le mani la bomba atomica: crolla così l’ultimo baluardo della verità, quale era considerato il medium-filmato poiché difficile da alterare con risultati decenti (posto che il falso fotografico è nato con la fotografia stessa e oggi è a portata di smartphone).

Tornando alla montatura del fuorionda di Renzi, Striscia la Notizia aveva blandamente messo le mani avanti per instillare dubbi nei telespettatori: il tormentone rivisitato di Greggio (“È lui o non è lui? Certo che non è lui!”) era stato ben calcato e nei titoli di coda si specificava che “la voce di Matteo Renzi è di Claudio Lauretta”. Inoltre, qualche giorno prima, l’iniziativa e le relative intenzioni (insegnare al pubblico a dubitare) erano state annunciate da Antonio Ricci in tv e in una conferenza stampa.

Il fuorionda di Matteo Renzi

Avvertimenti sufficienti? No, perché quando il falso fuorionda (visibile anche sul sito di Striscia la notizia) è finito nel turbine delle condivisioni social, moltissimi utenti hanno creduto che a parlare fosse davvero Renzi; pochi o impreparati, invece, gli scettici (fra i quali era diffusa l’ipotesi che si trattasse di un imitatore), e mosche bianche gli spettatori consapevoli di trovarsi di fronte a un deepfake.

Orbene, fare i conti con i video manipolati è la nuova sfida del mondo dell’informazione, dato il peso dei canali non sottoposti a verifica preventiva (come i social network) sulla diffusione delle notizie e l’amore che l’opinione pubblica dimostra nei confronti delle bufale. Ed è una sfida urgente: googlando, per esempio, “Fake Obama created using AI video tool – BBC News”, potete farvi un’idea di ciò che già era fattibile un paio d’anni fa. Figurarsi fra qualche mese.

Negli USA la lotta istituzionale ai deepfake è cominciata ed è di qualche settimana fa la notizia che la California ha varato un paio di leggi ad hoc: una permette all’involontario protagonista di un falso video di fare causa all’autore e chiedere i danni, l’altra consente l’incriminazione di chi pubblica immagini manipolate dei candidati nei due mesi precedenti le tornate elettorali.

Intanto a livello federale si discute un possibile “Deep Fakes Accountability Act”, che imporrebbe l’obbligo di marcare i video manipolati con filigrane digitali e testi: chi non lo fa commette un reato, oltre a rispondere dei danni in sede civile. Intanto, contro i video-montatura si schierano anche giganti come Google, Facebook e Microsoft (gli ultimi due hanno lanciato congiuntamente la Deepfake Detection Challenge), consapevoli del fatto che il “rischio-falsificazione” riguarderà anche le persone comuni e non solo i vip.

In tutto questo è probabile che si innescheranno pure polemiche a difesa della libertà di espressione e del diritto di satira, molto meno che si riesca a sviluppare un robusto spirito critico nel pubblico. Anche se quest’ultimo aspetto è, e resterà, uno dei cardini della questione.
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