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FOTO Cult - Ottobre 2019 #165

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Emanuele CostanzoA metà settembre scorso, durante un’entusiasmante puntata di Lezioni di Musica, nell’attuale palinsesto mattutino di Rai Radio 3, il musicologo ai microfoni racconta del rapporto di amicizia tra il sottovalutato Haydn e l’arcinoto Mozart, districandosi con eleganza tra approfondimenti tecnici e aneddoti: fra questi ultimi, la citazione di una lettera scritta al moribondo Mozart in cui Haydn si dice sicuro che, dopo la dipartita ormai certa del suo amico, passeranno almeno cento anni prima che nasca un altro talento simile; senonché, di lì a poco, Haydn farà la conoscenza di Ludwig Van Beethoven...
L’analisi del musicologo mette poi in luce una dinamica interessante tra i due Maestri, l’influenza reciproca che si manifesta in moltissime loro composizioni. L’esperto non parla di plagio, ma di musica che si insegue ed evolve, guardando a sé stessa, con i piedi nel passato e gli occhi al futuro. I capolavori, parafrasando il musicologo, non sono opere venute dallo spazio profondo a bordo di una cometa, ma nascono dagli uomini e dalle loro interazioni, dalle loro esperienze sensoriali, anche inconsce, metabolizzate, rielaborate e convertite in qualcosa di innovativo e immortale.
Si può fare altrettanto in fotografia, collegando i capolavori come fossero i famosi puntini sino a formare un disegno evolutivo della nostra arte? A guardare le continue diatribe sui social, che possono persino sfociare in contenziosi legali, pare di no. Quando si tratta di immagini “ispirate da”, o simili ad altre, la parola ricorrente sembra essere “plagio”. Ed effettivamente capita che qualche povero di spirito si appropri delle foto altrui a caccia di Like, se non di qualche tornaconto economico. Gli scontri più accesi, però, quelli che animano lunghe discussioni, riguardano questioni più sottili e paragonabili – fatta salva la diversa caratura dei protagonisti – alla vicenda relativa ai due geni della musica di cui sopra. Il livore che spesso si percepisce tra i fotografi riguarda il presunto plagio di idee. La casistica è talmente ampia e sfumata da impedirmi di portare qualche esempio pratico che, in fondo, sarebbe anche inutile, essendo il pensiero diretto non verso l’effettiva sussistenza dell’appropriazione indebita della creatività altrui, ma della stessa materia del contendere.
Ma allora, esiste davvero il plagio?

M. Munkacsi - H. Cartier-Bresson - R. Avedon - E. Erwitt

La storia della fotografia è in realtà costellata di capolavori indiscussi dalla matrice molto simile, ma dallo sviluppo e dalla portata differenti. Tra tutti, il salto fotografato da Henri Cartier-Bresson a Parigi (1932), di cui troviamo sedimenti in quelli di Munkacsi (1934), Avedon (1957), Erwitt (1989)… Nessuno di questi tre, per quanto ne sappia, è mai stato accusato espressamente di plagio. Non posso, però, non evidenziare un neo nel pensiero del precursore francese: Cartier-Bresson ebbe a sostenere, parlando di una fotografia di Munkacsi – guarda caso – che nessun’altra immagine lo aveva influenzato: un’affermazione che, se non nasce da una presunzione colossale, trascura per lo meno i rudimenti base della psicologia.
Non c’è idea creativa senza un substrato fertile, un archivio mnemonico, una “cultura”, e da essa non può non derivare ulteriore innovazione. Per non subire questo processo, l’idea dovrebbe rimanere nel cassetto, e non serve infierire su questa sterile eventualità. Piuttosto, in un’epoca di sovraesposizione mediatica compulsiva e volontaria, chi si ritiene depositario di un talento innovatore dovrebbe gestire meglio la propria presenza sui palcoscenici più “pericolosi”, come alcuni social, assicurandosi che il vernissage virtuale sia inequivocabilmente legato al proprio nome e a una data certa. Per non dire che se il vernissage non fosse virtuale, sarebbe ancora meglio. La ricerca della popolarità tramite internet è una tentazione cui è difficile resistere, ma ha controindicazioni concrete cui si può difficilmente rimediare, tra le quali un progressivo e arido scollamento dalla realtà e dalla storia.
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