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Questi volti potrete rivederli solo qui
FOTO Cult - Aprile 2019 #160

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Daniele Confalone• Come i più attenti ricorderanno, nel numero #157 di FOTO Cult abbiamo parlato di un quadro dal titolo Edmond de Belamy, from la Famille de Belamy. Lo vedete qui sotto. Opera del collettivo francese Obviuous, l’ottobre scorso era stato venduto da Christie’s di New York per 432.500 dollari americani (poco più di 380.000 euro). Notizia: la base d’asta era di oltre quaranta volte inferiore. Notiziona: il “dipinto” è la stampa a getto d’inchiostro di un’immagine creata digitalmente da una GAN (Generative Adversarial Network, rete antagonista generativa), ossia il tipo di algoritmo alla base dell’apprendimento automatico delle macchine (machine learning).
Edmond de Belamy © ObviuousSemplificando, una GAN è una AI, intelligenza artificiale, che impiega due reti neurali in competizione fra loro: una “crea” e l’altra “valuta” i risultati della prima.

• La GAN che ha “dipinto” Edmond de Belamy (basandosi sull’analisi di circa 15.000 ritratti realizzati fra il XIV e il XX secolo) è stata sviluppata da Ian Goodfellow. Ricercatore in forze a Google Brain, la divisione AI del gigante di Mountain View (ai.google), Goodfellow ha introdotto le GAN nel 2014. Oggi esse sono già applicate in ambiti nei quali è necessario produrre immagini fotorealistiche: basti pensare all’architettura (anche d’interni) o al design. Anche Facebook lavora sulle GAN, spesso sollevando polemiche su privacy e utilizzo di dati biometrici: per dire, lo scorso anno il sito research.fb.com pubblicò la ricerca di due suoi ingegneri su una AI in grado di “aiutare” chi in una foto è venuto con gli occhi chiusi... aprendoglieli digitalmente. Una derivazione delle GAN sono le CAN (Creative Adversarial Network), algoritmi con ambizioni artistiche ai quali sono attribuite capacità d’innovazione: in attesa di provocatorie partecipazioni a concorsi di arti figurative, si può visitare deepdreamgenerator.com

• Inevitabile che l’AI applicata alle immagini si presti a finalità poco nobili, come i cosiddetti deepfake: fotografie e video contraffatti attraverso manipolazioni profonde in grado di portare a risultati estremamente realistici anche scambiando volti, contestualizzando una persona in un luogo dove non è mai stata o mettendo in bocca a un politico parole che non ha mai pronunciato. Perché, ovviamente, un’intelligenza artificiale può generare anche le tracce sonore e la voce umana: già oggi, per esempio, dopo aver aperto un account su myvoice.lyrebird.ai potete crearvi un avatar vocale che parla (più o meno) con il vostro timbro e la vostra intonazione.

• Tornando a Ian Goodfellow, troverete il suo nome (assieme a quello di Tero Karras, ricercatore di Nvidia e specialista di reti antagoniste) anche su thispersondoesnotexist.com, sito che a ogni connessione, e a ogni refresh della pagina, genera un nuovo volto di un essere umano inesistente: si può andare avanti all’infinito, come abbiamo fatto qualche settimana fa con le facce che vedete in basso, sicuri di non incontrare due volte la stessa persona (né lo stesso sfondo).

Questi volti potrete rivederli solo qui

La AI di thispersondoesnotexist.com è l’algoritmo StyleGAN: istruito con banche dati di foto facciali presenti in rete (incluse decine di migliaia di ritratti pubblicati su Flickr con licenza Creative Commons), il generatore riesce a creare volti che il discriminatore scambia per reali (anche se, in molti casi, noi umani abbiamo notato alcuni artefatti). Oltre alla doverosa scritta “Don’t panic”, non agitarti, il suddetto sito contiene un link che ci chiede di valutare il grado di sviluppo della AI descrivendo in dettaglio le caratteristiche di una persona ritratta. In questo le macchine sono già umane: vogliono che l’istruzione sia gratuita.
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