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L'intelligenza migrante
FOTO Cult - Novembre 2018 #156

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Loredana De PaceQualche settimana fa il photo editor francese Christian Caujolle ha redatto un breve articolo per la sua rubrica sul settimanale Internazionale, affrontando il tema della banalità imperante in fotografia e titolando "Non siamo tutti fotografi". In sintesi nel testo, qui riprodotto così come è apparso su Facebook, si sostiene che l'evoluzione tecnologica ha fatto della fotografia una pratica compulsiva, appiattendola sotto il profilo motivazionale, estetico e semantico, e rendendola altra rispetto alle sue origini.
Il corsivo di Caujolle è stato ripetutamente condiviso sul social network, suscitando un vero vespaio. E il fatto curioso è che proprio chi si scaglia contro la banalità è stato accusato dello stesso "delitto": una penna acuta e profonda come quella di Caujolle può fare di meglio, e invece ha scelto di argomentare banalità qualunquiste.

Christian Caujolle: Non siamo tutti fotografi

C'è stato addirittura chi ha ipotizzato che l'autore toccasse argomenti così "leggeri" poiché il suo editore gli avrebbe ridotto il compenso e sono anche piovute accuse di disonestà intellettuale. Orbene, è ovvio che l'articolista in questione sia capace di trovare argomenti di maggiore spessore: lo fa e lo ha fatto in molte occasioni. Se ha abbassato il livello di densità dei contenuti del suo scritto ha voluto – probabilmente – rivolgersi a qualcuno che non fosse il suo lettore abituale. E c'è riuscito. "Ma chi compra quel giornale ha già un buon livello culturale e quindi l'articolo lo vedranno solo quelli che già sanno", potrà obiettare qualcuno. Non è così, giacché quelle 1000 battute, oltre che nelle case dei lettori di una rivista a diffusione nazionale, sono finite tra le maglie della rete, dove è avvenuto di tutto: Ha ragione! Non ha ragione! Ma che banalità! Sa scrivere meglio! Lo pagano poco!
In definitiva, le parole di Caujolle hanno fatto muovere un sacco di cervelli: nel giro di pochi giorni e da una pagina personale con 3000 "amici" quasi tutti coinvolti nel mondo della fotografia – e quindi non coi 134 milioni di follower che ha Ronaldo su Instagram – è stato condiviso ben 273 volte (dato del 17 ottobre). I numeri non fanno la qualità del contenuto, si sa. Ma in questo caso, evidentemente, una buona parte di chi si è espresso, commentando o condividendo il post, ha ritenuto urgente farlo, perché quel breve testo ha suscitato qualcosa, fosse pure solo sdegno.
A ben vedere, però, il pensiero del francese, sebbene espresso in modo per molti banale, contiene una frase dal peso specifico altissimo, che avrebbe dovuto far riflettere a fondo i suoi contestatori: "Le immagini in rete sono tutte più o meno simili". Perché accade questo? La spiegazione, prima ancora che culturale, potrebbe essere tecnologica e non strettamente legata agli smartphone, quanto all'automazione e all'intelligenza artificiale – perché di questo stiamo parlando – applicate alla fotografia. Ieri, con strumenti "imperfetti" perché manuali, non automatici, le fotografie erano lo specchio dell'impegno, della preparazione, dell'istinto, del talento e di mille altri aspetti soggettivi di chi le realizzava. Oggi nelle fotocamere, anche quelle integrate negli smartphone, sono confluiti decenni di esperienze, di casi tipici, di schemi logici e di forme; ormai fotografiamo con strumenti che sanno riconoscere le persone e ora anche gli animali, le scene e i colori; sanno anche ritagliare l'immagine per ottenere la composizione migliore. è come se l'intelligenza fosse migrata dal fotografo alla fotocamera. Un processo che, per assurdo, richiama gli slogan dei moderni smartphone... Ieri c'era l'intelligenza naturale dietro fotografie forse non perfette, ma personali e uniche, originali. Oggi c'è l'intelligenza delle macchine che (quasi) non sbaglia un colpo, ma che rende le immagini e anche tutti noi davvero troppo simili.
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