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Aggregatori "aggràtis"
FOTO Cult - Agosto-Settembre 2018 #154

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Emanuele CostanzoTra la fine di giugno e i primi di luglio la rete è stata attraversata da un'onda di panico generata da quello che è stato definito un attacco alla democrazia, alla libertà di fare e far circolare informazione nel Vecchio Continente: la Direttiva sul Copyright nel mercato unico digitale, un testo discusso e infine bocciato dal Parlamento Europeo il 5 luglio. Esito che ha fatto tirare un sospiro di sollievo ai più, perché il testo della direttiva conteneva un paio di articoli giudicati controversi e potenzialmente lesivi di alcuni diritti fondamentali. In particolare una disposizione prevedeva l'obbligo degli aggregatori online di riconoscere un giusto compenso ai titolari dei diritti sui contenuti di cui si pubblica il link o, nel caso dei testi, lo snippet, un estratto del pezzo linkato: una sorta di autorizzazione o di licenza all'utilizzo che potrebbe minare la pluralità dell'informazione, penalizzando specialmente i piccoli editori (ossia quelli che non generano grandi numeri e sono, quindi, meno funzionali agli aggregatori). La seconda disposizione aveva risvolti più pesanti, prevedendo l'obbligo in capo al gestore della piattaforma di controllare preventivamente la liceità dei contenuti pubblicati dai propri utenti. Qualcosa di simile a ciò che già pratica Youtube con il content ID, un sistema automatico che blocca o rimuove la pubblicazione di video contenenti immagini o audio di cui sia stato violato il copyright. Effettivamente questa seconda previsione normativa avrebbe avuto, così vagamente formulata, effetti nefasti, lasciando la facoltà a soggetti extra UE – e in potenziale conflitto con gli interessi comunitari e più in generale del comune cittadino – di stabilire se un contenuto sia pubblicabile o meno.
Che la direttiva fosse perfettibile appare chiaro anche a una sommaria lettura delle norme incriminate (gli artt. 11 e 13 per la precisione). Ma è altrettanto evidente che la questione della tutela del diritto d'autore sul web non sia più rinviabile, essendo regolata da leggi che risalgono all'inizio del millennio e quindi obsolete al cospetto di un panorama tecnologico e sociale radicalmente mutato. In questo periodo, è sotto gli occhi di tutti, alcuni soggetti hanno assunto un ruolo dominante. In particolare Google e Facebook, che hanno acquisito tutto ciò che poteva servire ad accumulare dati, sembrano essere diventate entità di cui nessuno può più fare a meno, né i siti web per farsi vedere ed essere raggiunti, né gli utenti per le proprie ricerche, per le condivisioni, per l'informazione o per gli acquisti. Molto velocemente e facilitate dalla gratuità (apparente) dei contenuti online, queste piattaforme hanno assunto talmente tanti ruoli chiave da essere anche difficilmente definibili. Per quel che ha attinenza con il tema, sono diventate anche editori o, meglio, editori di editori, aggregatori di contenuti e, solo collateralmente, instradatori di flussi di traffico verso le fonti, costituendo un passaggio quasi obbligato per gli utenti. Una funzione che al di là delle apparenze filantropiche costituisce una vera miniera d'oro per questi giganti del web e che potrebbe avere, invece, effetti devastanti sulla produzione di contenuti, in tutti i campi in cui originalità e qualità sono elementi determinanti. Se chi fa musica o scrive articoli di giornale, romanzi o saggi, conduce inchieste o fa fotografie per professione non ha il giusto corrispettivo per le proprie fatiche, la macchina della creatività si inceppa e prima o poi la giostra gratis, su cui tutti continuiamo a salire con soddisfatta incoscienza, si ferma. E cosa aggregheranno allora Google e Facebook? Cosa andremo a scroccare in giro per il web?
Ciò che oggi i giganti di internet sembrano donarci per salvaguardare il diritto all'informazione e alla libera circolazione delle notizie somiglia in realtà più al diritto, per essi stessi e per gli utenti, ad appropriarsi indebitamente del lavoro altrui, e avrà con tutta probabilità un costo sociale e civile enormemente superiore a quello che crediamo di risparmiare azzerando il valore del diritto d'autore.
È certamente una questione spinosa che molti editori non affrontano o addirittura stravolgono perché è concreto il rischio di fare affermazioni impopolari, o perché ormai il loro business suicida si basa proprio sull'asservimento a tali piattaforme. L'impressione, va detto, è che chi nel Parlamento Europeo ha imposto lo stop alla direttiva comunitaria abbia cercato consenso popolare facendo impropriamente leva su alcune paure di stampo orwelliano. Fermo restando che verso i bavagli di tutti i tipi bisogna mantenere alta la guardia, sarebbe stato più opportuno far comprendere alla gente il valore delle opere intellettuali, per questa e per le generazioni a venire, senza creare ingiustificato panico.
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