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Kodachrome: quando la fotografia fa grande il piccolo schermo
FOTO Cult - Giugno 2018 #152

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Emanuele CostanzoPer non eliminare quell'ingombrante oggetto che sarebbe difficile sostituire nell'arredamento – il televisore – mi piace illudermi di poter trovare qualcosa di degno da vedere nelle varie tv a pagamento (come se non pagassi già salatamente quella "gratis"...). È così che una sera di metà primavera mi metto alla ricerca di qualcosa di decente su Netflix e tra le novità trovo Kodachrome, un film prodotto proprio da questo distributore di contenuti multimediali. Ora, tanto per fugare dubbi, sia chiaro che non sono solito fare pubblicità. Ma è così raro trovare qualcosa di davvero coinvolgente in tv, e per giunta sulla fotografia, che non posso fare a meno di parlarvene, ipotizzando che non tutti l'abbiate visto. In fondo, se alla fine di questa pagina qualcuno fosse vinto dalla curiosità, potrebbe anche limitarsi ad attivare un periodo di prova gratuito su Netflix.

spoiler alertIl film si basa su un articolo di A. G. Sulzberger pubblicato sul New York Times e intitolato "For Kodachrome Fans, Road Ends At Photo Lab In Kansas". Ed è la storia di un reporter burbero e solo, anche se professionalmente vincente, malato terminale con un'ultima missione: quella di sviluppare quattro rullini di Kodachrome conservati per anni. Un obiettivo più difficile da raggiungere di quanto si creda, perché l'ultimo laboratorio al mondo in possesso dei bagni chimici necessari allo sviluppo chiuderà di lì a pochi giorni. È un viaggio alla volta del Kansas che il fotografo conduce con il figlio, rancoroso per l'abbandono subito quando era un bambino: un conflitto che è occasione di confronto generazionale, di scontro tra filosofie, di introspezione e perdono, anche per sé stessi. Quella che i due conducono, accompagnati dall'infermiera che assiste il fotografo malato, è una corsa contro il tempo, in verità vissuta con la giusta lentezza, quella che si confà alla fotografia analogica. Una passeggiata lungo strade panoramiche, contro il tempo che si porta via gli uomini e quello che cancella le mode, che chiude le epoche. Un tragitto impreziosito da alcuni monologhi del fotografo che andrebbero appuntati e mai dimenticati. Una rasoiata di pochi secondi, quella sulla felicità e l'arte, due concetti che si alternano come sole e luna, che rendono l'atto creativo una reazione all'infelicità di cui peraltro si alimenta, un tentativo di riempire un vuoto emotivo in realtà incolmabile.
Il film è pieno di pubblicità "occulta" (è dichiarato l'inserimento di prodotti con finalità commerciale, il cosiddetto "product placement") e in fondo è esso stesso uno spot per Kodak, con le cui pellicole è stato girato. E contiene anche qualche errore che i più pignoli noteranno, come la pulizia delle lenti eseguita dal fotografo in senso circolare anziché radiale. Non essendo un critico cinematografico sicuramente potrebbero sfuggirmi altri limiti di questo film, che però credo passino in secondo piano per la densità che lo distingue dall'inizio alla fine.
Il tentativo di inquadrare, fotografare l'arte ricorre spesso in questa pellicola, anche quando il protagonista cerca di definire gli artisti stessi: persone insicure che vivono di gratificazioni, ma che vengono soggiogate se trattate male e se, al tempo stesso, gli si fa credere o intendere di poter essere loro utili.
Il fotografo, che è in contatto reale con il mondo solo quando impugna la sua Leica M4-P (eccezionale la scena in cui, dall'auto in corsa, fotografa una bimba che si affaccia dal finestrino di un camper, pochi istanti prima che questo cambi simbolicamente direzione), è consapevole del ruolo della fotografia, che lui vede difficilmente conciliabile con il digitale e strettamente legata al concetto di analogico, di unicità: "non c'è niente come l'originale", dice, facendo riflettere il figlio sulla differenza tra un seno naturale e uno rifatto, e temendo che, un giorno, dei milioni di fotografie digitali scattate non resterà che "polvere elettronica", nessun ricordo tangibile.
L'avventura dei due, che nel frattempo sono rimasti soli con i loro nodi da sciogliere, termina infine nella cittadina del Kansas, dove frotte di fotografi sono accorsi per lo stesso motivo: rivelare le immagini latenti nei loro rullini di diapositive Kodachrome non ancora sviluppati, prima che sia troppo tardi. Nel laboratoriotempio si consuma una delle scene più intense del film, quando il fotografo, riconosciuto da altri clienti tra cui diversi colleghi, lascia il proprio testamento ideologico: proprio lui, che sa di avere poche ore da vivere, dichiara di non avere paura del tempo e dei suoi effetti sulle cose. I fotografi sono congenitamente conservatori, scattano per fermare il tempo e consegnare i momenti all'eternità, rendendo tangibile la natura umana. E sa, con questo, di aver dato un'ottima definizione dell'arte...
Di lì a poco, mentre in hotel cura per l'ennesima volta la sua amata fotocamera, il protagonista si spegne all'improvviso non sto spoilerando, l'esito è noto. Quelli che seguono sono i secondi più toccanti: due composte ali di fotografi lasciano sfilare la lettiga che porta via il loro collega, sparando scatti a salve con le fotocamere e i flash puntati verso l'alto. Il fotografo, che ha abbandonato la famiglia rimanendo lui, per ironia della sorte, in solitudine per una vita, non muore da solo.

P.S.: sul film ho scritto tutto quel che potevo e forse qualcosa in più, ma per lo meno non vi ho svelato il contenuto di quei rullini.
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