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Obiettori di scienza
FOTO Cult - Dicembre 2017 - Gennaio 2018 #147

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Emanuele CostanzoConfesso di non comprare una fotocamera da almeno dodici anni. Ne passano talmente tante in redazione da appagare gli sfizi miei e di tutti i redattori, anche se a tempo determinato. Perché, finite le prove, i giocattoli tornano alle aziende che ce li hanno inviati...
Confesso anche, però, di avere avuto insane pulsioni verso alcuni oggetti che mi hanno fatto pensare per un istante di rimettere mano al portafogli: il Leica Apo Summicron M 50mm f/2 (tentazione smorzata sul nascere dal prezzo) e il Sony FE 100mm f/2,8 GM OSS (in prova proprio in questo fascicolo). Da uno che fa test di ottiche da quasi un quarto di secolo vi aspettereste che questa attrazione fatale sia dovuta alla loro nitidezza. In realtà no, per la nitidezza e per altre storie ho pensato spesso a una reflex ad alta risoluzione con un classico terzetto di ottiche fisse della serie A di Sigma. I due obiettivi Leica e Sony, invece, li comprerei per lo sfocato. Perché è vero che l'occhio va d'istinto sul soggetto nitido e riceve l'informazione principale che il fotografo vuole trasmettere. Ma poi lo sguardo si adagia sul contorno, su ciò che a fuoco non è. E quando lo sfocato sembra morbido, palpabile, tridimensionale, descrittivo e rispettoso del soggetto principale, il piacere per gli occhi, se possibile, si moltiplica. Potremmo dire che la nitidezza sta al bokeh come una bella voce sta all'orchestra.
Con una premessa simile non dovrebbe stupirmi che nel mondo ci siano persone che la pensano come me, interessate dalla qualità ottica intesa come risoluzione, ma altrettanto attratte dalla qualità del bokeh, un parametro per fortuna non misurabile. Sono così tante queste persone che negli ultimi anni, per loro, sono stati riesumati, se mi passate il termine, obiettivi quasi dimenticati.
Come il Petzval 85mm f/2,2, un progetto del diciottesimo secolo riproposto da Lomography circa quattro anni fa dopo una fortunatissima raccolta fondi su Kickstarter. Oppure, notizia che appare in questo numero, come il Leica Thambar-M 90mm f/2,2, progettato nel 1935 e rilanciato debitamente aggiornato. Entrambi gli obiettivi sfruttano addirittura un difetto, ossia l'aberrazione sferica, per generare uno sfocato onirico, inimitabile anche dalla più evoluta logica elettronica.
Eppure la mia parte "nerd" resta un po' sorpresa da certe soluzioni anacronistiche, perché questi obiettivi sembrano davvero stonare in un'epoca dinamica e automatizzata come la nostra: niente autofocus ibrido o diaframma elettromagnetico, ma messa a fuoco manuale e obbligo di cambiare i filtri per modulare l'effetto soft!
E sempre la mia parte "digitale", che automatizzerebbe anche lo sfogliare di questa rivista, raggiunge l'incredulità quando scopre pure che c'è qualche romanticone intenzionato a produrre ex novo reflex analogiche: il mondo ne è pieno, i mercati dell'usato traboccano di fotocamere a pellicola a poche decine di euro, e sono sicuro che molti di voi ne hanno almeno una da qualche parte in casa. Perché inventarne di nuove? Eppure è così. Proprio in questo numero parliamo di un'azienda chiamata Reflex che, sempre su Kickstarter, sta raccogliendo fondi per avviare la produzione della Reflex I, il che lascia supporre che potrebbe seguirne pure una seconda... Si tratterebbe di un apparecchio modulare (chissà che un giorno, tra i moduli, non spunti un dorso digitale...) con innesto sostituibile in qualsiasi momento scegliendo tra Canon FD, Nikon F, Olympus OM o Pentax PK. E non è tutto: mentre scrivo giunge notizia di un altro progetto Kickstarter che vorrebbe mettere in produzione la Ihagee Elbaflex. Ne parleremo nel prossimo numero, ma qui vi anticipo che, qualora fosse raggiunto l'obiettivo grazie ai finanziatori, verranno rimessi in moto gli stabilimenti da cui uscivano le gloriose Kiev, alternative economiche – e forse un tantino meno affidabili – delle Nikon analogiche. Non a caso, la Elbaflex dovrebbe ereditare proprio l'innesto F, per garantirsi un'accoglienza calorosa ai quattro angoli del mondo...
E se avessero ragione loro?
Forse la fotografia potrà essere rilanciata proprio attraverso la curiosità verso il ritorno alla manualità, perché il dilagare degli automatismi ha generato una altrettanto dilagante noia.
Forse è questa la vera rivoluzione: chi si crea "problemi" con strumenti anacronistici in fin dei conti si diverte di più.
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