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Il pianeta delle scimmie
FOTO Cult - Ottobre 2017 #145

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Daniele ConfaloneUna storia. È ormai leggendario molti media hanno scritto di lui a inizio settembre tale Eduardo Martins, trentaduenne brasiliano, reporter di guerra con la passione del surf. Un paio d'anni fa Martins acquista notorietà: su Instagram (profilo "edu_martinsp", ormai chiuso) lo seguono in più di centomila, agenzie e media di rilevanza mondiale si interessano a lui. Anzi, meglio, alla sua narrazione. Martins, che ha sconfitto la leucemia, lavora nelle zone "calde" del mondo: striscia di Gaza, Siria, Palestina, Africa. Si autodefinisce "Documentary Photographer & Humanitarian". Rilascia varie interviste ma, pare, sempre e solo al telefono o via internet. Emerge anche che opera nei campi per rifugiati delle Nazioni Unite e che parte dei suoi compensi va in beneficenza. Fra i tanti, ci casca addirittura la BBC brasiliana che, a posteriori, rimuoverà l'intervista di Martins dal proprio sito. Il reporter surfista cavalca l'onda finché sui social più di qualcuno nota dettagli (anche fotografici) che non tornano, ed è proprio una corrispondente BBC dal Medio Oriente ad avviare le ricerche che porteranno a capire chi (non) è Eduardo Martins: un reporter inventato. La sua fama è stata costruita appropriandosi di immagini altrui, alla bisogna tagliandole o riflettendole di 180 per "celarle" ai motori di ricerca; rubate anche le foto del profilo Instagram che, in realtà, ritraevano l'ignaro surf-blogger britannico Max Hepworth-Povey. Nel frattempo, Martins diventa un fantasma. Non riesce più a contattarlo nemmeno il suo collega e connazionale Fernando Costa Netto che, a fine agosto, l'aveva cercato per una mostra a So Paulo: racconterà di aver ricevuto un messaggio nel quale il fuggitivo si diceva in Australia, intenzionato a tagliare iponti con il mondo, rimuovere i contenuti dal web e cercare un po' di pace.

Un finto reporter inganna il mondo e quando viene smascherato ne parla anche la BBC, una delle sue vittime.

Un'altra storia. 2011, Indonesia. Nel realizzare un reportage sui macachi cinopitechi, il fotonaturalista anglosassone David Slater lascia la sua reflex montata su stativo con il comando remoto a disposizione delle scimmie. Un esemplare si pone davanti all'obiettivo, scatta più volte. Il fotografo pubblica sul suo blog l'immagine migliore: la scimmia sembra sorridere. Quel selfie diventa virale, poi finisce su varie testate e in un libro. Nel 2015 l'associazione animalista Peta (People for the Ethical Treatment of Animals) intenta, in California, una causa per far riconoscere il copyright alla scimmia fotografa. Sì, avete letto bene, al macaco. Segue un procedimento complicato, in cui sorgono pure dubbi sull'identità dell'animale stesso: Slater vince in primo grado, salvo andare in bancarotta quando la Peta ricorre. Poi, a metà settembre, un epilogo "innovativo": posto che il diritto d'autore può essere riconosciuto soltanto a un essere umano, il tribunale dà ragione a Slater; ma questi dovrà devolvere all'associazione animalista un quarto dei futuri guadagni derivanti dalla foto del macaco.

Un macaco si fa un selfie che sarà d'aiuto all'intero mondo animale.

L'evoluzione. Che cosa accomuna queste due paradossali vicende? Semplice: l'autonomia che assume una fotografia una volta immessa in rete. Sul web, le immagini possono cambiare autore senza che nessuno se ne accorga, nemmeno i giornalisti che dovrebbero verificarne l'origine e, magari, evitare di intervistare qualcuno senza incrociarne lo sguardo almeno via webcam. E una foto in rete può anche essere attribuita a un inconsapevole macaco che, senza nemmeno nominare un legale, si vede riconosciuto il diritto d'autore. Detto questo, confidiamo nell'evoluzione: se è vero che discendiamo dalle scimmie, magari verrà il giorno in cui anche i fotografi homo sapiens saranno altrettanto rispettati.
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