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Sogno di una fiera di mezza estate
FOTO Cult - Luglio 2017 #143

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Emanuele Costanzo C'era una volta il Sicof, successivamente rinato dalle proprie ceneri con il nome Photoshow. Poi anche quest'ultimo ha mostrato di non saper stare al passo coi tempi e ha rallentato, saltando qualche edizione, fino all'ultima del 2015 che, abbandonati i padiglioni delle fiere espositive, aveva trovato casa in quelli di un noto, grande studio fotografico di Milano. Quest'anno l'associazione che riunisce gli operatori commerciali della fotografia ci ha riprovato, convincendo alcune aziende a partecipare al Wide Photo Fest, una manifestazione molto variegata nel suo palinsesto, tenutasi all'aperto, dal 9 all'11 giugno, nel moderno scenario di piazza Gae Aulenti a Milano. In queste poche parole i più attenti avranno già scorto alcuni ingredienti dell'insuccesso del Wide Photo Fest. Ad esempio la calura insostenibile, prevedibile date la morfologia e la struttura della piazza e soprattutto il periodo dell'anno, che per molte ore ha tenuto lontano il pubblico dal lastricato bollente e quindi dalle tende che ospitavano gli espositori. Il variopinto programma, la cui diffusione è stata affidata principalmente ai microfoni di una radio nazionale dalla platea forse non perfettamente coincidente con quella interessata alla fotografia, ha attratto persone che in minima parte hanno poi buttato un occhio alla mercanzia esposta o prestato orecchio ai relatori di pur interessanti argomenti. Salvo eccezioni che meritavano una sauna all'impiedi, ovviamente. E sempre salvo eccezioni i commenti, anche degli espositori, sono stati negativi, lasciando più o meno inespresse alcune questioni: possibile che in Italia non si riesca a trovare una formula per aggregare intorno alla fotografia un numero sufficiente di appassionati, professionisti e operatori del settore? Possibile che le aziende debbano organizzare in proprio show itineranti con evidente rinuncia alle sinergie? Possibile che i fotografi italiani debbano restare orfani di un grande evento nazionale?
La gente ha bisogno e desiderio di aggregarsi e confrontarsi su temi di interesse comune: il concetto di fiera, esteso, evoluto e modificato come e quanto vogliamo, non è vecchio. Va solo adeguato. Persino la granitica photokina, storica fiera biennale tedesca, da noi stessi dichiarata "a rischio" dopo la controversa edizione del 2016, è stata capace di rinnovarsi: diventerà annuale, anziché tenersi a settembre sarà anticipata a maggio e durerà meno (pur sempre quattro giorni). Ma pur allargando il concetto di "Imaging Unlimited" a settori che i puristi reputano estranei come video, realtà virtuale e aumentata, action photography e ripresa con i droni, manterrà centrale la fotografia in ogni suo aspetto, dando spazio a tutti gli anelli della catena di produzione e di fruizione delle immagini. Senza trascurare il fatto che la photokina ancora riesce a coniugare due aspetti fondamentali per il nostro mondo: quello professionale/commerciale e quello amatoriale/ludico. Alla fiera di Colonia si possono provare le novità oppure ci si può sedere al tavolo con i responsabili delle aziende e trattare la distribuzione di un determinato prodotto nel proprio Paese. Non ci si pesta i piedi e il risultato è un esaltante formicaio di gente motivata, interessata ai temi dell'esposizione, e non capitata lì per caso o perché attirata dal miraggio di un selfie col personaggio "famoso" di turno.
In una fiera di fotografia, la fotografia deve essere la protagonista dell'evento, la "festeggiata". Bisognerebbe attirare gente per la fotografia e far trovare cose interessanti da fotografare e non il contrario, altrimenti chi viene per le performance culinarie, per il "naufrago" o per il gruppetto musicale, per la moda, potrebbe scambiare gli espositori fotografici per dei molesti venditori ambulanti.
Sono tanti gli ingredienti che potrebbero amalgamarsi in una manifestazione di successo, troppi per questa pagina. Ma di certo si dovrebbe partire dallo scenario. È corretto, soprattutto in un Paese meraviglioso e meteorologicamente privilegiato come l'Italia, provare formule all'aperto. Però, con tutto il rispetto per chi le ha disegnate, piazza Gae Aulenti e le sue torri specchiate, oltre l'ebbrezza di un supergrandangolare puntato verso l'alto, non concedono molto. E pur sempre meno, ad esempio, di un bel borgo antico, di pianura, alpino, appenninico, non importa. I piccoli comuni e le relative amministrazioni farebbero carte false per trasformarsi in luoghi di festa diffusa, tanto più se l'invasore per un fine settimana è il mediamente ben educato e rispettoso fotoamatore. Che arriva, osserva, visita mostre e stand fotografici, prova qualsiasi oggetto, dalle fotocamere agli obiettivi, dai treppiedi ai flash, per un tempo determinato; si riposa, beve e mangia, forse acquista un ricordo, magari pernotta e quando torna a casa tendenzialmente condivide quanto vissuto, rende pubblica la propria esperienza, unendo al sano feticismo tecnologico che è sempre esistito anche ai tempi delle fiere al chiuso, un reportage più o meno consapevole delle bellezze del luogo che ha ospitato la manifestazione. Neanche agli organizzatori più incapaci possono sfuggire i benefici di un tale meccanismo virtuoso! E non è un caso che piccole manifestazioni, ideate da singoli animati proprio da questo spirito, fioriscano qua e là per l'Italia nonostante la crisi perdurante e le onnipresenti pastoie burocratiche. Sarebbe ora che anche i grandi dimostrassero qualcosa, uscendo dai confini dorati delle capitali commerciali, per il bene di tutto il movimento fotografico italiano.
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