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La questione mirino? A occhio è determinante
FOTO Cult - Aprile 2017 #140

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Emanuele Costanzo Ho parlato con alcuni fotonegozianti e quello che ognuno di loro mi ha confessato è semplicemente assurdo.
Gran parte dei clienti che entra per acquistare una fotocamera "seria", a sistema, con ottiche intercambiabili, non conosce la differenza tra mirino ottico e mirino elettronico. È come andare in concessionaria e non sapere la differenza tra motori a benzina e diesel. Sorvoliamo, per ora, sulle cause di questa grassa e diffusa ignoranza e cerchiamo invece di capire l’importanza della questione e di immaginare quali scenari potrebbe dipingere l’ascesa delle mirrorless, ossia delle fotocamere a sistema con mirino elettronico. Eh sì, perché è proprio questo l’elemento che, prima di tutti gli altri, sta determinando i nuovi assetti del mercato e influenzando le abitudini e gli stili dei fotografi. Le aziende produttrici di mirrorless nella loro comunicazione istituzionale fanno leva soprattutto sul concetto di compattezza e leggerezza. Se però questo genere di apparecchi è mediamente più compatto e leggero di una reflex lo deve innanzitutto all’assenza dello specchio (è il significato di mirrorless) e del prisma che, insieme, intercettano e raddrizzano l’immagine proveniente dall’obiettivo offrendola all’occhio del fotografo. La mirrorless fa a meno di questo complesso sistema opto-meccanico sfruttando direttamente l’immagine catturata dal sensore per farne una "copia" e inviarla a un piccolo display osservabile tramite un oculare: è il mirino elettronico. Visto così, quest’ultimo sembrerà ai più un’evoluzione rispetto al "vecchio" sistema a pentaprisma di concezione analogica, un frutto inevitabile della natura digitale della fotografia. E persino gradito, visti alcuni innegabili vantaggi che offre rispetto al mirino ottico. Il mirino elettronico può mostrare prima dello scatto gli effetti impostati dal fotografo, dall’esposizione al bilanciamento del bianco. E, paradossalmente, è un ottimo alleato di chi mette a fuoco all’antica, cioè in manuale, perché può visualizzare l’immagine ingrandita per controllare la nitidezza di un dettaglio importante e persino evidenziare con un colore a scelta i contorni del soggetto al raggiungimento della perfetta messa a fuoco (il cosiddetto focus peaking). Se di buona qualità – il che nella maggior parte dei casi vuol dire semplicemente di ultima generazione – aiuta a comporre l’inquadratura anche in condizioni di scarsissima luce ambiente e può sovrimporre all’immagine strumenti utili come l’istogramma o lo zebra pattern (graditi soprattutto ai videomaker). Per dirla tutta, queste caratteristiche si possono trovare anche nelle migliori reflex quando usate in live view, ossia utilizzando il monitor sul dorso come se fosse il mirino elettronico di una mirrorless; ma rischiamo di mettere troppa carne al fuoco, mentre è meglio... focalizzarsi sui mirini ad altezza dell’occhio. E anche quelli ottici hanno dei vantaggi esclusivi: l’immagine che proiettano è reale, dato che intercettano direttamente quella generata dall’obiettivo della fotocamera, e soprattutto è immediata: non è vista da un sensore, non è elaborata e ridotta per adattarsi al piccolo display del mirino elettronico, un processo che, per quanto ottimizzato, genera un minimo ritardo. L’immagine in un mirino ottico è istantanea, sempre visibile, in diretta, salvo quando lo specchio è sollevato per consentire la registrazione dell’immagine, un intervallo comunque sensibilmente più breve di quello imposto dalle mirrorless, che devono alternare la funzione del sensore immagine tra registrazione della fotografia e sua visualizzazione a mirino. Il mirino ottico – soprattutto a pentaprisma ma anche galileiano, come quello delle Leica o delle Fujifilm X100 e X-Pro – mantiene il fotografo a contatto col soggetto, non lo fa sentire "telespettatore" come alcuni utenti mirrorless ci hanno confessato, è più appagante e meno affaticante rispetto a un mirino elettronico.
Appare evidente che nessuno dei due sistemi sia perfetto e che l’ideale potrebbe prendere corpo in una profonda e corposa ibridazione. In questo senso si è mossa, da anni, Fujifilm con i due modelli citati in precedenza. I loro rivoluzionari mirini ibridi, però, hanno una base galileiana, quindi la loro componente ottica è separata dagli obiettivi di ripresa, generando il cosiddetto errore di parallasse e una sostanziale incompatibilità con ottiche ultragrandangolari e supertele (salvo attivare la modalità elettronica del mirino). Ottime soluzioni quindi, ma prive dell’universalità che stiamo teorizzando. Di certo, data la natura completamente elettronica delle mirrorless, l’ibridazione dovrebbe partire da un mirino a pentaprisma. Mentre, infatti, non è possibile implementare un mirino a immagine reale in una mirrorless, è percorribile la via opposta: inserire un display elettronico in un mirino ottico che visualizzi, alla bisogna, tutti i dati che normalmente mostra una mirrorless, inclusa l’immagine principale. Molte reflex già adesso sono in grado di sovrapporre informazioni supplementari all’immagine ottica, ma sono semplici elementi grafici monocromatici. La strada, che crediamo dovranno percorrere quanto prima i produttori di reflex per difendersi dall’avanzata delle mirrorless, è questa: ibridare il mirino a pentaprisma. Dal canto loro, le aziende che hanno scelto senza tentennamenti la filosofia mirrorless, hanno ancora ampi margini per migliorare i loro sistemi di mira elettronici e ridurre, ove possibile, il divario con quelli ottici. Lo scenario che potrebbe concretizzarsi è il migliore che si possa immaginare: una stimolante e proficua convivenza tra mirrorless e reflex da parte di chi produce e, per chi fotografa, una scelta ampia e variegata come non se ne vede dagli anni d’oro della fotografia analogica.
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