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Coming out dei reporter.
Il WPP sarà ucciso dalla fantasia?

FOTO Cult - Dicembre 2016 - Gennaio 2017 #136

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Emanuele Costanzo Non ho mai invidiato gli organizzatori del World Press Photo... Quando un concorso di fotogiornalismo duro e puro ha una storia così lunga e radici così lontane è difficile aprire al nuovo. Sarebbe quasi meglio cominciare da zero, un po’ come abbiamo fatto noi nel nostro piccolo con FOTOSCULTURE, il concorso alla rovescia dove gli organizzatori forniscono le foto e i concorrenti devono manipolarle al meglio. Invece, al WPP, per anni si sono dovuti difendere dall’avanzata del fotoritocco e dell’artificiosità in genere con regolamenti stringenti, puntualmente violati con pubblico scandalo, imbarazzo dei giudici e mortificazione del "condannato". Chi non ricorda la vicenda di Giovanni Troilo, edizione WPP 2014, prima premiato e poi maltrattato sulla platea mondiale per il suo lavoro sul degrado sociale di Charleroi, la cittadina belga un tempo prospera per l’estrazione del carbone? Il senso della storia raccontata dall’italiano è reale, ma le foto erano costruite, prima ancora che al computer, con una vera e propria regia.
Ebbene, a partire dall’ottobre del 2017 i fotogiornalisti avranno a disposizione un nuovo concorso "per la fotografia documentaristica creativa" organizzato dalla World Press Photo Foundation. Sarà, quindi, dedicato agli storyteller (termine intraducibile senza creare malumori: cantastorie è offensivo?) professionisti che, con l’intento di raccontare di persone, fatti o problemi reali, utilizzano tecniche creative nella produzione, nell’elaborazione e nella presentazione delle immagini. Della serie "se non puoi combatterli, fatteli amici"! Anche se molto tardiva, trovo l’apertura alla costruzione di una storia – che si badi bene può essere elaborata in tutte le sue fasi – molto positiva. E non perché approvo la manipolazione, piuttosto perché odio l’ipocrisia e il sotterfugio. I fruitori sapranno che ciò che si para dinanzi i loro occhi è in qualche modo alterato, sebbene il nocciolo della storia, l’embrione, è reale e sincero. Dall’altra parte, i fotografi che si trovano a proprio agio nell’ideare storie per immagini e sentono di doverne rafforzare il messaggio con strumenti che vanno oltre la fotocamera e il tempismo, avranno finalmente un’arena in cui misurarsi senza dover nascondersi.
Dal lato poi degli organizzatori c’è il vantaggio di poter dismettere i panni stretti e sdruciti degli investigatori, fermo restando che questo ruolo resta attivo e importante nel World Press Photo "tradizionale".
E da questa dicotomia viene il bello, perché aderire a un nuovo concorso per storyteller abbandonando quello per fotoreporter per qualcuno potrebbe equivalere a una confessione: se un professionista partecipa e si distingue in una competizione "no limits" dà adito al dubbio che tutta la sua precedente produzione sia, per così dire, ispirata dallo stesso tasso di fantasia e che finora non è stato beccato per fortuna o abilità. Vengono in mente le fallimentari strategie del governo per il rientro dei capitali: ben pochi sarebbero disposti ad autodenunciarsi avendola fatta franca finora... Al tempo stesso il nostro perplesso reporter non vorrebbe lasciare ai suoi colleghi il campo in cui, a questo punto per differenza, si gioca pulito. I professionisti più dotati e accorti probabilmente parteciperanno a entrambi i concorsi, a dimostrare il proprio eclettismo e a celebrare i valori etici di fondo del fotogiornalismo più puro cui hanno saputo e sanno conformarsi.
Per quanto ne sappiamo attingendo direttamente al sito della fondazione, il concorso non avrà regole o categorie, e i giudici avranno ampi margini di discrezionalità nel valutare le opere, foto singole o storie, sempre all’insegna dell’inatteso. Questo basso livello di definizione mette in evidenza lo stato embrionale in cui si trova il concorso. Né potrebbe essere altrimenti: la risposta che verrà dai fotografi è assai imprevedibile. Nel magma indistinto di lavori che perverrà, l’organizzazione individuerà i nuclei cui dare forma, con categorie senz’altro più definite. Una strategia, quella che ipotizzo, molto accorta e apprezzabile, che spero non venga macchiata da un errore: stabilire regole, perché l’immaginazione non ne vuole. Se si apre la porta alla fantasia non la si potrà più chiudere e neanche accostare.
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