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Pifferai e cattivi maestri
FOTO Cult - Luglio 2016 #133

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Emanuele CostanzoCome tutti gli anni pari, anche nel 2016 si ripeterà il rito della photokina. Per molti di noi, giornalisti di settore, la fiera di Colonia è qualcosa di magico, dove si fatica come dannati, sorridendo. Ettari di padiglioni, centinaia di espositori, belle mostre e, dopo una doccia rigenerante, la città ad accoglierti con il suo fiume, il duomo, i vicoli, le osterie sature di odori nordici e di avventori di tutte le razze alle prese con cibi pesanti e birre leggere. È la fiera di fotografia più importante del mondo, tutte le aziende lavorano sodo per arrivare preparati agli "esami" di fine settembre. E tutto lascia presagire che quest'anno non mancheranno le sorprese, con reflex e mirrorless di qualunque foggia e formato (...) e soluzioni innovative per ogni fase o aspetto dell'attività fotografica.
Eppure tutto questo sembra non bastare più. La photokina del 2016, stando alle parole di Markus Oster – vice presidente della Koelnmesse, lo spazio che ospita la fiera – si rinnoverà profondamente. Se ieri i pilastri della kermesse erano la fotografia professionale e il trade, ossia il contatto diretto tra operatori, domani sarà il comparto "consumer" a rinforzare la struttura. Ci saranno padiglioni interi per il video, per la realtà virtuale e anche per quella "aumentata", per i droni e per le action cam. E anche la città si farà fiera, con spazi per mostre e proiezioni pubbliche. Insomma, la photokina potrebbe perdere la sua natura di "wall street" della fotografia, per diventare un luogo di incontro più universale, se possibile ancora più ricco, di certo più democratico.
Eppure la fiera non è mai stata chiusa al pubblico, almeno da quando ho il piacere di visitarla, ossia da venti anni. Perché dunque questa ri-apertura verso il mondo consumer? Evidentemente i numeri dei visitatori delle edizioni recenti e le stime per quella ventura hanno spinto a correre ai ripari, cercando di coinvolgere quella massa enorme di persone che in pochi anni è venuta in possesso di un dispositivo atto a riprendere fotografie e filmati, ma che ignora quale mondo fantastico ci sia oltre la siepe. Attirare, quindi, i giovani, che degli smartphone fanno certamente un uso molto "fotografico", ma poco consapevole. Il fine è lodevole. Veniamo al metodo. La campagna di comunicazione, oltre che attraverso i classici canali, è stata diffusa tramite i cosiddetti "influencer", personaggi che operano prevalentemente su internet, con profili e canali video nei vari social network. Ma se è vero che il successo di questi nuovi comunicatori è direttamente proporzionale alla superficialità dei loro messaggi, cosa hanno a che spartire con la fotografia, che è innegabilmente un'arte complessa o, volendo volare bassi, un hobby molto impegnativo? Cosa ci si può aspettare da blogger e "influencer"? Certo, le aziende non sanno come parlare ai giovani, l'ammissione è pacifica in quasi tutti gli uffici marketing, e quindi trovare vie alternative è razionale. Ammettiamo che i moderni pifferai del "tubo" riescano a convincere qualche migliaio di ragazzotti tedeschi a varcare i tornelli della fiera (e già vedo gli organizzatori di fiere nostrane attenti all'esito di questo esperimento): cosa si potrà pretendere da queste schiere di ignari candidati fotografi? Dopo che avranno visto i droni volteggiare sulle loro teste, due funamboli con l'action cam sul casco e indossato una specie di maschera da sub che contiene uno smartphone, siamo sicuri che i giovani guarderanno con sdegno il loro iPhone per assalire come cavallette gli stand di Canon, Nikon, Sony o Pentax? Ma dirò di più, siamo sicuri che i giovani vogliano essere raggiunti dai pifferai? E quelli che, nonostante tutto, saranno convinti a visitare la photokina, saranno disposti a dedicarsi costruttivamente a un'attività densa come la fotografia? I giovani di oggi sono sovra-stimolati, l'eccesso di comunicazione priva di indirizzo satura le menti obbligando a un approccio superficiale a qualsiasi tema. Non è questione di capacità dei singoli, ma di cultura collettiva dell'overdose. In quest'ottica, una fiera "minestrone", anziché stimolare potrebbe indurre i più alla fuga verso lidi più tranquilli.
Il dubbio assillante, insomma, è questo: non credo che basti portare gente al cospetto della Fotografia perché se ne innamori. Perché nasca un sentimento c'è bisogno di terreno fertile e, mi spiace ammetterlo, la maggior parte delle risorse delle nuove generazioni è assorbita dal contenimento delle paure e dall'alimentazione di false speranze. Le nuove generazioni non sceglieranno la Fotografia perché sono caduti nella trappola del pifferaio, la sceglieranno se avranno modo di scoprirne tutte le sfumature, con i tempi e i modi corretti, a scuola e in famiglia, perpetuando una tradizione che forse vede proprio negli adulti di oggi, i maestri mancati se non cattivi, l'anello più debole della catena.
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