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Non siamo fotografi
FOTO Cult - Giugno 2016 #132

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Emanuele CostanzoNon ci riesco a non dire la mia. Ne parliamo anche all'interno della rivista, in maniera sintetica, ma la querelle che ha riguardato Steve McCurry merita la pole position. In sintesi: una delle enormi stampe esposte in una sfarzosa mostra dedicata al famoso fotografo americano contiene evidenti tracce di manipolazione, di fotoritocco. C'è cascato anche lui? Quello della bambina afgana con gli occhioni verdi? Il reporter che da decenni ispira schiere di fotoamatori? Ebbene sì. Magari non lui direttamente, ma chi per lui ottimizza i file in vista di pubblicazioni varie, stampe, mostre, siti... E pare che la foto di Cuba, caduta sotto l'occhio indagatore del fotografo Paolo Viglione, in cui un palo e altri dettagli "insignificanti" sono stati spostati o cancellati, non sia l'unica: quando è scoppiato il caso si è scatenata una sorta di caccia alle streghe e almeno un paio di altri scatti è risultato modificato (cerca "mccurry" su www.petapixel.com), se possibile in modo ancor più marcato e significativo. Ma la notizia non è questa. Le manipolazioni sulle fotografie sono sempre esistite, all'indomani della nascita di questa arte, 175 anni fa o giù di lì, il fotoritocco era già una pratica nota, ancorché ovviamente non diffusissima. E la storia è piena di "scandali" che periodicamente hanno riempito le pagine dei giornali, animato le discussioni dei circoli, occupato le bocche dei benpensanti. Gli interventi sulle immagini, prima in camera oscura poi in camera chiara, sono serviti ai regimi politici, ai fotografi di moda, ai paesaggisti, alle agenzie spaziali (...), ai pubblicitari e, almeno una volta - sono pronto a scommetterci - anche a ognuno di voi. È nella natura delle cose, o dell'uomo. E quindi lo "scandalo McCurry" non è uno scandalo. Può semmai incuriosire il cinismo con cui pare sia stato licenziato l'operatore che ha così maldestramente ritoccato la foto di Cuba, dato che l'allontanamento stride con la totale assunzione di responsabilità da parte del fotografo. E soprattutto può lasciare perplessi che McCurry non si consideri più un reporter ma uno storyteller, che tradotto come cantastorie assume un'accezione piuttosto negativa, ma tant'è... Con ciò il fotografo sembra quasi volersi smarcare dal dovere di obiettività che dovrebbe impregnare l'attività del fotogiornalista. Mentre il fotoreporter cattura eventi spontanei, lo storyteller li organizza in modo funzionale alla sua narrazione per immagini. E, proprio come il cantastorie, può infiocchettare come meglio crede la vicenda per renderla più accattivante. Se però così fosse davvero, se il nostro Steve fosse uno storyteller e non (più) un fotoreporter, non avrebbe neanche dovuto giustificarsi: se i suoi lavori sono spunti evocativi, visioni personali del mondo, interpretazioni del suo rapporto con i popoli e le culture che incontra, qualsiasi intervento mirato a rinforzare il suo messaggio è lecito e la questione sollevata dalla comunità dei fotografi, nel suo caso, non avrebbe neanche dovuto essere posta. Ma soprattutto, lo ribadiamo, il fotografo avrebbe dovuto dimostrare maggior piglio, maggior sicurezza nella propria deontologia, magari replicando con un: "sì, la foto è ritoccata, dov'è il problema? Io non sono un reporter...".
Il nostro punto di vista sulla questione "fotoritocco sì, fotoritocco no" è chiara da tempo. Se la fotografia, il reportage o il reporter stesso, nella sua funzione di testimone oculare, chiedono fiducia all'osservatore il fotoritocco non è ammesso. E forse con un acuto di intransigenza potremmo arrivare a negare anche la facoltà di intervento su luminosità e colore dell'immagine, oggi pacificamente concessa, perché se è vero che una correzione dell'esposizione potrebbe facilitare la lettura del messaggio è altrettanto vero che la stessa correzione potrebbe alterarlo. Altrove il fotoritocco, nel suo senso più ampio, è ammesso. Eppure affermarlo e dubitarne è tutt'uno. Se la fotografia è scrittura con la luce, registrazione di un istante con un mezzo imparziale quale può essere la fotocamera, è forse eccessivo definire "non fotografia" tutto ciò che inquina questo processo? È ancora un fotografo chi interviene non solo sulla scena a monte della ripresa, ma soprattutto a posteriori, modificando secondo il proprio gusto la realtà vista dalla fotocamera? O siamo tutti pittori? Le domande sembrano avere gli stessi confini della cosmogonia, e qui mi fermo.
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