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Un mondo pieno di sé
FOTO Cult - Giugno 2015 #122

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Daniele Confaloneselfie-stickI selfie-stick sono gli accessori fotografici più venduti del momento e hanno risolto l’affliggente problema delle coppie di turisti che fermavano i passanti per essere fotografate.
Trattasi di aste telescopiche sulle quali fissare lo smartphone, guardarsi nel display e ritrarsi usando il modulo fotografico frontale (che ha una risoluzione inferiore a quello principale, pensate un po’). È divertente notare che in molti luoghi del mondo questi oggetti sono ritenuti pericolosi e sono stati messi al bando (in Italia è accaduto anche alla Galleria degli Uffizi di Firenze).

Con il termine selfie, che sta per self portrait, si indicano gli autoritratti moderni. Esempio scolastico quello del giovane Matteo Renzi. Gli autoritratti di una volta, invece, come quello di una giovane Ilse Bing (era il 1931, quasi un secolo fa) che, pure, potete vedere qui sotto, apparivano motivati da tutt’altri presupposti.

Ilse Bing, autoritratto, 1931

Una rilevante differenza sta nell’interazione con il contesto, divenuto da qualificato a qualificante: i selfie maker dei giorni nostri tendono a cannibalizzare tutto ciò che li circonda. Un celebre monumento, un vip sorridente, un paesaggio tropicale, quando non lo scenario di qualche sciagura preso come sfondo, in quel determinato istante esistono solo ed esclusivamente in funzione dell’autore.

Autorappresentandosi nel contesto preferito, l’autore-soggetto del selfie è libero soltanto nel distinguersi nel merito. Alpinisti nella tormenta, appassionati di Formula 1 nel paddock di un circuito, melomani in un palchetto di teatro, ghiottoni davanti ai pasticcini, politici in compagnia di una squadra che dovrebbe rafforzare la loro reputazione (cosa diversa dell’autorevolezza, perché più esposta agli umori del mondo): il fenomeno è trasversale, raro esempio di azzeramento delle distinzioni fra classi sociali.

Orbene, il simultaneo ruolo di autore e di soggetto è sempre stato spinoso da gestire, ma sembra che la centralità del sé rispetto al mondo – condizione indispensabile nell’evoluzione dell’essere umano quand’è bambino – sia ormai diventata un attributo autorappresentativo di individui in età adulta. Come se la fotografia, attraverso gli occhi di chi la pratica, fosse ridotta a uno specchio.

Durante il primo vero boom fotoamatoriale di massa, quello degli anni Settanta, i fotografi erano tesi a rappresentare tutto fuorché sé stessi, al punto che praticare la fotografia equivaleva – nel comune sentire – a essere culturalmente e politicamente impegnati. In qualche misura, anche testimoni speciali, in grado di osservare e raccontare quel mondo che si era da poco scoperto villaggio globale.

Mezzo secolo dopo, la fotografia popolare abita un altro villaggio ancora più globale, quello dei social network, e si è polarizzata all’opposto: il messaggio non è più il mezzo, come sosteneva il sociologo canadese Marshall McLuhan, ma è il soggetto. Nell’universo mediatico polverizzato, io mi fotografo e dunque sono.

Matteo

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