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Stampa responsabilmente
FOTO Cult - Maggio 2015 #121

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Emanuele CostanzoQualche tempo fa, durante la conferenza di presentazione di un servizio di stampa online per i fotografi, uno dei relatori ha fatto un’affermazione molto stimolante. Cercando di parlare alla pancia dei convenuti, l’uomo - di cui proprio non ricordo il nome - ha fatto presente che se oggi è in grado di vedere com’era a quattro anni mentre spegneva le candeline è solo grazie al forte senso di responsabilità dei genitori, che stampavano le fotografie scattate nelle varie occasioni per lasciare una traccia tangibile e indelebile della vita familiare. Ora, se oltre al nome non ho colto male anche la fisionomia, il nostro va per i cinquanta: si riferisce, quindi, agli anni Settanta, al periodo di massimo splendore della fotografia analogica. Ebbene, a meno che i suoi genitori al tempo non fossero dei raffinati estimatori delle pellicole invertibili - o diapositive - non potevano non stampare. Per chi non si dilettava in camera oscura non c’era altro modo per vedere cosa e come si era fotografato. E così è stato fino a qualche anno fa. Altro che senso di responsabilità.
D’altro canto capisco la difficoltà di chi è chiamato a ridestare le coscienze su un argomento così delicato... Il declino della stampa è incontrovertibile, spero non inarrestabile. Prima di appellarsi al senso di responsabilità, però, andrebbe fatta un’analisi più obiettiva. Perché, se non per mostre o per arredare le pareti di casa, si stampa così poco oggi? Perché nelle case moderne non c’è più un cassettone o un vano della libreria stracolmo di stampine e albumini? Semplice: perché non è più necessario farlo, e su più fronti. Non serve stampare per avere un provino, c’è già il monitor della fotocamera a dirci se la foto è venuta bene o male. E non serve come oggetto da condividere perché ci sono mille altri modi per mostrare le proprie fotografie che non richiedono neanche di stare tutti nella stessa stanza (e non dico che sia una conquista).
L’immediatezza dell’immagine digitale in fase di controllo e condivisione è tale da aver quasi annullato il valore economico che siamo disposti ad attribuire a una stampa. Dieci centesimi a copia - perché di questo si tratta - saranno anche pochi, ma soprattutto in questo periodo stanno meglio nelle nostre tasche che in quelle dello stampatore se non siamo costretti a entrare nel suo negozio, reale o virtuale che sia. Per non parlare della stampa domestica, che avrebbe potuto sfruttare la filosofia autarchica insita nel digitale.
Va considerata un’occasione persa dall’industria: miope, se non avida, ha impostato in modo irrispettoso dell’intelligenza dei fotografi la propria politica commerciale, basata su prezzi abbordabili per le stampanti e spropositati per carta e inchiostri, con conseguente costo/copia ingiustificabile per un’attività amatoriale.
Chi sostiene in maniera acritica la "stampa a tutti i costi" fa poi spesso leva sul pericolo di perdita irreversibile dei dati digitali. È vero, l’archivio digitale ha bisogno di manutenzione, di aggiornamento, di copie di sicurezza, ma niente di più complesso della cura di un archivio analogico, fatto di stampe e negativi molto sensibili a luce, temperatura, umidità...
Insomma, la crociata pro stampa sembra non avere molti fondamenti obiettivi. Eppure è razionalmente inimmaginabile un mondo fatto solo di immagini elettroniche. Lo dicono gli psicologi, gli economisti, lo dice l’emozione di chi ritrova una fotografia cara creduta persa, neanche lontanamente paragonabile a quella provocata da un file 123xyz.jpg che salta fuori da un dvd.
Quella che viviamo è probabilmente un’età di mezzo, tra la stampa obbligatoria e l’inebriante libertà di farne a meno. Una libertà che non ha fatto distinzioni tra ciò che meritava di essere dimenticato e ciò che è degno non solo di un posto di rilievo nella memoria elettronica, ma anche di un supporto fisico da toccare, accarezzare, appendere, vendere, regalare.
Perché si raggiunga un equilibrio sostenibile c’è da colmare un vuoto culturale creatosi negli ultimi quindici anni. Non sarà necessario solo il senso di responsabilità, che è nostro, ora che siamo consapevoli, come non lo è stato dei nostri genitori; ci vorrà il senso dell’essenziale, del bello, del tempo e della memoria, la coscienza di essere fotografi.

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