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"Intrigo Internazionale"
FOTO Cult - Aprile 2015 #120

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Emanuele CostanzoIl World Press Photo che ha recentemente decretato i suoi vincitori è l'edizione 2014, perché premia le foto realizzate in tale anno solare. Diffidate di chi titola "World Press Photo 2015": o è ignorante o ha paura di non sembrare sul pezzo. Ciò premesso, è innegabile che questo premio ha una vocazione sempre più spiccata a creare confusione e polemiche. Al World Press Photo 2014 dedichiamo ampio spazio in questo numero, a cominciare dalla copertina, e abbiamo scambiato quattro chiacchiere anche col fotografo al centro dello "scandalo" di quest'anno, ossia la revoca del primo premio nella sezione Contemporary Issues, Stories. Non vi svelo quel che Giovanni Troilo, il giovane fotografo italiano, ha raccontato al nostro Sergio Ferraris, piuttosto tengo a mettere a fuoco il grande equivoco di fondo all'origine del fatto e come due note figure della fotografia contemporanea si siano fronteggiate sull'argomento. Ma prima gli antefatti.
Giovanni Troilo ha realizzato un reportage sulla città belga di Charleroi, cresciuta grazie soprattutto allo sfruttamento di un vasto bacino carbonifero, chiamato Pays noir, oggi abbandonato. La società del centro vallone versa in uno stato, secondo il fotografo, di profondo degrado. Il suo lavoro, intitolato "La Ville Noir - The Dark Heart of Europe", aveva lo scopo di testimoniarlo ed evidentemente c'era riuscito perché la giuria aveva insignito l'autore del primo premio nella categoria di appartenenza. Le tinte usate, però, devono essere state considerate troppo forti dal sistema politico locale, al punto che il sindaco di Charleroi ha pubblicamente espresso le proprie rimostranze, accusando l'italiano – che nella città belga ha parenti emigrati anni fa - di aver dato un'immagine sbagliata della comunità e di aver fatto un reportage "posato", ossia non spontaneo, recitato. La giuria, sebbene Troilo abbia ammesso che un cugino si era prestato a posare in uno scatto a sfondo erotico in un parcheggio, non ha ritenuto di dover revocare il premio per questo motivo, piuttosto perché un'altra fotografia riportava una didascalia "ingannevole": non era stata scattata a Charleroi come dichiarato, ma nei pressi di Bruxelles, a 50km di distanza.
Sul pasticciaccio il 6 marzo scorso, sul sito del settimanale Internazionale, si è espresso Christian Caujolle, ex caporedattore responsabile della fotografia nel quotidiano Libération e fondatore dell'agenzia Vu'. Il francese sottolinea come, a prescindere dai contenuti scelti per descrivere la situazione sociale e dalla forma del messaggio trasmesso dal fotografo italiano, che possono essere opinabili, l'esecuzione irrituale del lavoro è un suo diritto, incluso il ricorso a luci "cinematografiche" e alla messa in scena, tanto più se dichiarati. Caujolle, soprattutto, fa notare che considerare il fotogiornalismo "un modello di verità" è sbagliato. È cinismo, il suo, o lucida razionalità? Continua ricordando come pagine storiche del reportage sono notoriamente costituite da immagini preparate, posate. Che il senso profondo di un reportage è strettamente connesso all'uso che ne fa l'editore, al modo in cui verrà esposto e raccontato. E che, in fondo, è anacronistico "adorare il dio della realtà che appartiene a un tempo ormai finito".
Sei giorni dopo, sempre sul sito del settimanale di attualità, replica Francesco Zizola, noto fotogiornalista romano, insignito di numerosissimi premi nella sua carriera, anche nell'ambito del World Presso Photo. Zizola sostiene di faticare a esprimersi per parole, ma è abile a parlare alla pancia dei suoi lettori aprendo con una terrificante foto di una fossa comune del lager di Bergen-Belsen, una captatio benevolentiae che ha anche il compito di incanalare la polemica in un terreno, quello del negazionismo, di cui non scorgo traccia nell'intervento di Caujolle (e con questo Zizola dimostra di avere ragione, quando sostiene che se la cava meglio con le immagini, anche quelle degli altri).
Il fotografo romano, d'altra parte, sfonda una porta aperta quando sostiene che la deontologia del fotogiornalista è fondamentale, ma questo non mi induce a ravvisare nella parole di Caujolle l'estremo opposto. Se non va più di moda credere alle immagini forse è perché troppi reporter hanno abusato della fiducia della gente per produrre fotogiornalismo "alla moda". L'unico relativismo che scorgo nell'intervento di Caujolle è nell'affermazione, dura quanto incontrovertibile, che "la fotografia è incapace di qualunque verità oggettiva".
Ogni immagine ha un tempo, un diaframma, un equilibrio cromatico o una scala di grigi, una lunghezza focale, un punto di vista e, soprattutto, (almeno) un uomo dietro la fotocamera. E anche se al posto di questo ci fosse una seconda macchina sarebbe comunque una visione di parte, perché la programmazione, fantascienza a parte, resta privilegio dell'uomo.

Per chi volesse approfondire, questo è il link all'intervento di Caujolle
mentre questo rimanda alla replica di Zizola.

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