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Tu non sei nessuno
FOTO Cult - Dicembre 2014 - Gennaio 2015 #117

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Emanuele CostanzoQuando mandi una foto a una rivista non sei nessuno. Non sei nessuno neanche quando vai a farti "leggere il portfolio" in una delle tante occasioni che si presentano su e giù per l'Italia. E anche se hai frequentato il corso di quello lì, il workshop di quello là o hai dato migliaia di euro a quell'istituto più o meno noto, non sei ancora nessuno. E come si fa a essere qualcuno, dunque? Qualcuno è chi, per caso, bravura, agganci, opportunismo, talento o destino ha assunto notorietà non disgiunta da un diffuso apprezzamento. Se questo qualcuno presenta un nuovo lavoro a un pubblico interessato all'argomento, non è necessario che presenti anche se stesso. Il suo biglietto da visita è il suo passato e tanto basta per ottenere quantomeno l'attenzione dell'osservatore e, ammettiamolo, anche un certo credito. Un credito che a volte ammorbidisce eccessivamente la critica, timorosa di valutare negativamente un'opera e di sentirsi rinfacciare, un domani, di non aver colto il genio (così ben) nascosto in quelle immagini, solo apparentemente senza capo né coda. Aggiungiamo che certi "nuovi talenti" hanno un effetto dirompente perché non vanno allo sbaraglio: la portata innovativa e anticonformista della loro opera, per non essere bocciata dal pensiero conservatore, viene protetta da schiere di critici, soldati dell'industria dell'opera d'arte, con effetti a volte sconcertanti. Ma si può evitare di essere nessuno senza diventare necessariamente qualcuno? Una via ci sarebbe: essere se stessi. Facile a dirsi, difficile a farsi. Perché le strade da percorrere per ottenere se non la notorietà almeno l'accettazione sono in buona misura già tracciate dalla cultura dominante. La metodologia critica, oggi come ieri, chiede che il fotografo porti un progetto all'attenzione degli esperti. In questa indicazione di fondo c'è del buono. Sviluppare un tema, una ricerca, proprio come a scuola, elimina gran parte della casualità che può nascondersi dietro un singolo scatto ben riuscito. Tanto più se la ricerca dura più del volgere di un giorno, il fotografo dimostra di essere padrone della tecnica, oltre che coerente nello stile e fedele all'obiettivo. A volte il progetto, però, oltre a essere utilizzato concettualmente a mo' di scudo da chi non è pienamente convinto del valore del proprio lavoro (altrimenti sarebbe fiero di definirlo portfolio, termine che ha un maggior senso di compiutezza), può rivelarsi una gabbia, un cliché da cui è difficile liberarsi. Il progetto, che i critici tendono a limitare nel numero di foto e di tecniche utilizzate, è come un tornello della metropolitana, un passaggio obbligato che puoi attraversare facilmente se hai un biglietto valido, leggibile dal sistema. Può rivelarsi una "regola" spersonalizzante, che si somma nel suo effetto all'istinto di cercare l'approvazione restando nel solco della tradizione, salvo piccole variazioni su tema. Ammettiamolo: ci si rinfranca lo spirito quando si ha l'onore di vedere reportage ben articolati, studi sulla figura umana, sul paesaggio, sull'architettura o su tutti questi generi purché mescolati con un senso profondo. Ma, anche se assai più difficile da parte dell'osservatore, può regalare nitide emozioni anche la visione attenta di immagini autonome, figlie uniche. Liberarsi da certi schemi non vuol dire, d'altra parte, imporre silenziosamente la propria vocazione ai pensieri fotografici non complessi, quasi fosse una nuova regola più valida di quella che impone il progetto come lasciapassare. La scelta di vivere la fotografia come sequenza indefinita di immagini avulse da un filo conduttore va motivata. Anche sostenendo che non seguire alcun progetto è già un progetto. La scelta di andare contro le regole dopo averle conosciute e non condivise va motivata. Per essere se stessi, farsi conoscere senza diventare a tutti i costi qualcuno, mostrando con coraggio scelte e intenzioni, dentro e fuori le regole.

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