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Il terzo elemento
FOTO Cult - Novembre 2014 #116

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Emanuele CostanzoA Cinisello Balsamo, in provincia di Milano, c’è un museo che rischia di chiudere. Non è il primo e non sarà l’ultimo, ma questo caso mi fa intingere la penna in un inchiostro particolarmente polemico perché a rischiare di non vedere il nuovo anno è il Museo di Fotografia Contemporanea. Non ho particolari rapporti con chi l’ha fondato dieci anni fa, con chi lo cura e dirige, con chi lo sponsorizza. E, a dirla tutta, non ci sono neanche mai stato. L’ho seguito, attraverso il lavoro della redazione, da lontano. Ma non ho mai avuto tempo per andarci. O non me lo sono mai concesso. Primo elemento di riflessione.

Stando alle parole del sindaco di Cinisello Balsamo, Siria Trezzi, il Comune non può farsi carico da solo di un’istituzione di tale rilevanza culturale. Delle due, deduco, o il museo assume un’identità esclusivamente privata, magari adottando strategie più moderne e brillanti - se questo finora è stato un punto debole - cercando di cavarsela secondo le regole del mercato, oppure diventa un museo nazionale, curato, alimentato, sviluppato, quindi tenuto in vita in perdita, perché certi capisaldi dell’identità culturale nazionale vanno tutelati a prescindere dalle risultanze di uno sterile foglio di calcolo di un manager. Secondo elemento di riflessione.

E proseguiamo da qui. Le istanze del sindaco di Cinisello e di un nutrito gruppo di parlamentari finalizzate alla nazionalizzazione di un museo potranno mai essere avallate da un governo che, in linea con i precedenti, punta piuttosto a privatizzare qualunque cosa pur di fare cassa? Come potrebbe giustificare una spesa per un bene immateriale come la cultura (già peraltro gravemente trascurato), quando con una costante operazione di convincimento delle masse punta a svendere i pilastri della vita economica e sociale della nazione? Come può un governo finanziare l’ennesimo museo che non sta in piedi da solo se sostiene che qualunque asset funziona meglio se gestito dai privati in maniera imprenditoriale? Mi piace cullarmi nel sogno che un governo illuminato non mandi in malora ferrovie, acquedotti, strade, centrali, ospedali, territorio, monumenti e telecomunicazioni per giustificarne la vendita in saldo ai soliti noti, ma li gestisca in maniera oculata, sana, onesta. Accettando l’ipotesi, ad esempio, che una tratta ferroviaria appenninica sia nel suo piccolo in perdita perché le comunità montane che collega meritano di esistere e resistere all’accentramento urbano, perché un organismo sia sano in ogni sua parte. Ogni essere umano conduce parti della propria vita in modo antieconomico. La passione per la fotografia è forse per noi l’esempio più solare. Ma come non valutare gli effetti positivi che un’attività ricreativa ben coltivata ha sull’umore e, per dirla in termini economici, sulla produttività? Ecco perché, allo stesso modo, sarei felice se, senza sprechi o concessioni di privilegi, un museo che - anche a "causa" delle costose tecnologie di conservazione delle opere - non avesse un saldo positivo fosse sostenuto dallo Stato. Perché non tutto può essere sottoposto alle regole del mercato, essendoci interessi superiori che spesso e volentieri sfuggono a esse, almeno nel breve periodo. Poi torno con i piedi per terra e mi domando se merito che lo Stato tenga in vita un museo che concettualmente difendo ma che non ho mai visto. Che finanzi case editrici che pubblicano quotidiani di cui leggo solo i titoli, persino nelle loro gratuite versioni on line. O biblioteche in cui non entro da quando preparavo la tesi di laurea. O teatri se mi drogo di "talk". O filarmoniche se è Lady Gaga a darmi brividi di piacere. Cosa è successo alla mia mente? È difettosa dall’origine? O è l’effetto devastante del virus dell’indifferenza che mi inoculano sin dalla nascita? Terzo elemento di riflessione.

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