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La sostenibile pesantezza dell’essere (appassionati)
FOTO Cult - Giugno 2014 #112

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Emanuele CostanzoVerso la fine di questo fascicolo trovate il test del Sigma A | 50mm f/1,4 DG HSM, un obiettivo di qualità elevatissima che merita questo giudizio avendo abbandonato lo schema ottico dei "cinquantini" tradizionali per sposarne uno retrofocus (lo so, sto personalizzando un mix di vetro, plastica e metallo), normalmente utilizzato dai grandangolari.
È uno schema ottico più complesso e costoso, che offre maggiori margini di correzione delle aberrazioni. Da qui le prestazioni eccellenti, che si avvicinano moltissimo a quelle dello "stellare" e blasonato antagonista Zeiss Otus 55mm f/1,4, (costruito secondo uno schema simile) che, però, costa circa cinque volte di più. In quel test ho commesso un errore, inserendo tra i "Contro" la voce "ingombro e peso". Non che il Sigma sia tascabile, anzi: ma non è corretto inserire tra i difetti una caratteristica da cui dipendono i pregi. Sarebbe come accusare una macchina che vince tutti i gran premi di fare troppo rumore. Ma perché ho commesso questo errore? In parte perché la lista dei difetti sarebbe stata troppo corta e noi di FOTO Cult amiamo essere severi. In parte, e più seriamente, perché mi sono lasciato distrarre e influenzare dalla tendenza degli ultimi tempi. Quella alla miniaturizzazione. Che a sua volta ha radici lontane, nell’avvento dell’elettronica, e vicine, nella diffusione degli smartphone. Tutto deve divenire tascabile, ultra leggero, come se non avessimo una spina dorsale per sostenere qualche chilo di attrezzatura e spalle abbastanza larghe da non far scivolare una borsa colma di fotocamere e obiettivi. A volte è vero che nella sottrazione si nasconde la perfezione, ma se Michelangelo avesse continuato a sottrarre materia da quel blocco di pietra, oggi a San Pietro avremmo avuto una modernissima e compattissima sfera di marmo al posto della Pietà. L’eccesso di semplificazione a volte nasconde scarsa personalità, mancanza di originalità. E il rischio di finire in questo meccanismo, nella ossessiva ricerca di somigliare agli smartphone, di assecondare la pigrizia dilagante della gente, lo stanno correndo - quale più, quale meno - tutte le case costruttrici. Ma per chi, in fondo, tanto affanno? Sono davvero i fotografi più appassionati a richiedere oggetti tanto piccoli da non essere manovrabili o tanto leggeri da essere instabili? O si cerca di sedurre con apparecchiature anoressiche chi è di fronte al bivio smartphone-fotocamera? Se si punta verso questi ultimi temo che sia tempo perso. La versatilità dei moderni telefoni - riduttivo definirli così - vince su qualsiasi grado di miniaturizzazione di apparecchi a vocazione singola.
Lo stupore per la qualità fotografica di uno smartphone di ultima generazione è una sensazione che prima o poi tutti provano. A questa seguono normalmente il rammarico per non averlo acquistato prima e un periodo "fotorroico", ma questo stato di euforia dura il tempo necessario per sbattere il muso contro la realtà dei fatti, che anche qualche fotografo di lungo corso può dimenticare. La realtà è che le dimensioni, e il peso, contano. È che se rispettabilissimi progettisti giapponesi hanno ideato un 50mm che pesa 800 grammi ed è lungo il doppio della focale, non è perché non sono stati capaci di farlo diverso. È che se un 300mm f/2,8 ha un diametro di 12cm è la scienza a imporlo, e il marketing nulla può. È che se al di là di fantomatici 41 megapixel serve una certa qualità di immagine, un sensore formato unghia non basta. È che se per fare un video che non fa venire il mal di mare attacchi allo smartphone un supporto grosso come una videocamera professionale, fai ridere.
E se alla fine di questo stato di ebbrezza collettiva anche le fotocamere vere si fossero appiattite nel corpo e nell’anima? Se nella rincorsa agli smartphone quelli che oggi sono ricchissimi e versatili sistemi fotografici avessero perso i propri caratteri distintivi?
Resterà qualche baluardo nell’industria fotografica ad assecondare le esigenze di un fotografo e di un cliente sfuggiti alla massificazione o, più spiritualmente, l’anelito di qualità di noi veri appassionati?

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