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Reazione a catena
FOTO Cult - Settembre 2013 #104

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Emanuele CostanzoAppena tre mesi fa, da questa pagina abbiamo giocato a immaginare uno scenario in cui la diffusione sempre più massiccia degli smartphone, e soprattutto di quelli capaci di fare buone foto, provoca un’evoluzione degli apparecchi costretti nell’angolo. Le compatte digitali hanno subìto un tracollo gravissimo e non si sono ancora estinte solo perché c’è, fortunatamente, ancora una grossa fetta della popolazione che non si è lasciata convincere dagli smartphone, sia per una questione di privacy – notoriamente messa a repentaglio dalle app che animano questi apparecchi – sia per la loro relativa complessità operativa, nonché per il prezzo, spesso diluito in asfissianti contratti telefonici pluriennali. Posto che la crisi economica ha inciso anche sul mercato di tali dispositivi mobili e che una compatta d’accesso che sa fare “solo” le foto è un oggetto che avrà sempre la sua ragion d’essere, è innegabile che l’assedio ha accelerato il progresso delle fotocamere tascabili di fascia media, alta e altissima. E queste ultime – lo dimostrano i numeri dei nostri test così come le testimonianze dei fotografi che raccogliamo quotidianamente – insidiano a loro volta un reparto che, dalla rinascita in versione digitale, non ha mai accusato una sola battuta d’arresto: quello degli apparecchi fotografici a ottica intercambiabile. Del resto, molte delle carte vincenti delle reflex – ma anche delle più recenti mirrorless – sono state comprate, un po’ come nel gioco del mercante in fiera, proprio dalle compatte: obiettivi luminosi, anche zoom, sensori di taglia rispettabile, sistemi di mira evoluti e versatili.
Quali sono allora i territori in cui le fotocamere a ottica intercambiabile potranno farsi pioniere e salvarsi dalla lotta di classe?
Il corredo di obiettivi a sistema è e resterà una roccaforte inespugnabile, ma si lavorerà sulla compattezza, sul peso, sulla qualità e al contempo sulla mappatura delle aberrazioni ottiche residue per l’ottimizzazione elettronica, sulla stabilizzazione e sulla resistenza all’usura e agli agenti atmosferici.
La riduzione delle dimensioni fisiche riguarderà anche le fotocamere, con l’imperativo di non penalizzarne la manovrabilità – alcuni esempi sono già sotto i nostri occhi – mentre soprattutto quelle destinate ai fotografi in erba dovranno perdere quel grado di complessità che le rende gestibili presto e bene solo dagli addetti ai lavori. La connessione alle reti, già realtà, dovrà diventare più semplice e immediata, anche a costo di emulare gli smartphone.
Dentro, è fin troppo facile prevedere l’impiego di processori sempre più efficienti e meno assetati di energia (è uno dei motivi per cui gli smartphone non possono competere con le fotocamere più evolute: dedicare parte delle risorse alla gestione di un comparto fotografico complesso ne ridurrebbe la già scarsa autonomia). Meno facile è ipotizzare che tipo di andamento segnerà il dato della risoluzione. I sensori nella fascia tra 18 e 24 megapixel già consentono stampe di dimensioni poster o ingrandimenti a monitor tali da permettere di scorgere dettagli insospettabili; e inoltre producono file piuttosto ingombranti. Forse la risoluzione, intesa non come numero ma come capacità, sarà perseguita non più solo a colpi di megapixel, ma rimuovendo il tanto odiato filtro passabasso dal sensore. Per percorrere questa strada, Case come Fujifilm hanno stravolto la matrice del filtro colore ottenendo ottimi risultati; altre, come Nikon, Pentax e Leica, hanno denudato tout court il sensore mettendo in preventivo un minimo di moiré in più. E crediamo quindi che l’eliminazione via software del temuto artefatto cromatico sarà uno dei campi di battaglia in cui ci si misurerà.
I sensori aumenteranno in efficienza non solo perché la fotografia in scarsa luce ambiente va di moda e deve essere facilitata, ma anche perché un elevato rendimento ad alti valori ISO è strettamente legato alla gamma dinamica, ossia alla capacità di riprodurre in modo chiaro e pulito dettagli tanto nelle zone scure quanto in quelle più chiare della scena inquadrata. Alcune fotocamere con sensori di grande formato hanno già raggiunto risultati sbalorditivi, tanto che i JPG prodotti dall’apparecchio sfruttano solo in parte la gamma dinamica potenziale per non generare effetti poco realistici. Le reflex e le evil con formati più piccoli sono sulla buona strada, ma nel frattempo andrà studiato un algoritmo che sappia dosare anche automaticamente una gamma dinamica esuberante in funzione di un’analisi puntuale della scena.
Se proprio la gamma dinamica e la resa alle alte sensibilità sono legate alla taglia del sensore, da questa dipende anche la profondità di campo, cioè la capacità di staccare il piano a fuoco da quelli che non lo sono. La corsa è al rialzo perché il concetto di “profondità di campo zero” attrae moltissimo, sia in fotografia che in video. E con sempre più compatte che adottano CMOS in taglia APS-C, le mirrorless con sensore QuattroTerzi potrebbero faticare. Altro discorso è padroneggiare la scarsa profondità di campo ottenibile con i formati più grandi: rapidità, velocità e versatilità della messa a fuoco automatica sono tanto più difficili da ottenere quanto più grande è il sensore.
E le cose si complicano in live view, sistema di mira obbligato in video e in generale con tutte le mirrorless, ma sempre più utilizzato anche durante le riprese fotografiche con le reflex.
L’ibridazione – che potremmo definire il trapianto di un sensore AF tradizionale all’interno di quello deputato alla creazione dell’immagine – che con la recentissima Canon Eos 70D ha raggiunto un livello sorprendente – sembra essere la soluzione e sarà molto probabilmente al centro dei pensieri delle aziende più lungimiranti.
Quelli sommariamente affrontati non esauriscono certo i punti sui quali si dovrà intervenire per ristabilire le distanze da apparecchi più popolari, ma basterebbe un solo passo evolutivo in tutte queste direzioni per dar forma a un apparecchio strabiliante. Resta da vedere, ancora una volta, quanti saprebbero apprezzarlo.
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