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Maree
FOTO Cult - Giugno 2013 #101

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Emanuele CostanzoParliamo ancora di smartphone. Sì, su una rivista dove lavorano fotografi che sanno usare un banco ottico e gestire sistemi di luci tipo stadio, persino divertendosi, parliamo ancora di smartphone. Perché è interessante quel che sta succedendo lì fuori, nei laboratori, nelle stanze dei bottoni, tra la gente. Ora, è noto a tutti noi cosa ci fa preferire una fotocamera moderna, col sensore più grande e denso che ci possiamo permettere, magari corredata da "vetri taglienti" e accessori che ce la cuciono addosso. Ma sappiamo anche quanto è comoda una macchina tascabile, che non ci faccia rinunciare a troppi dei vantaggi oggettivi che sono e restano appannaggio delle fotocamere più grandi. Quindi se un dato giorno non è proprio necessario fotografare un lichene di 2mm o un martin pescatore in tuffo carpiato, un Rossi col gomito a terra o le labbra di una top model a profondità di campo zero, va benissimo una soluzione moderata. Un compromesso che esiste da decenni e prende il nome di compatta. Un oggetto che non fa nulla al meglio, ma fa quasi tutto. Anzi, qualcosa al meglio la fa: non dà fastidio (sempre che la nostra amata reflex possa dare fastidio), si dimentica in tasca ed è sempre pronta - più o meno rapidamente, più o meno nitidamente - a registrare i nostri ricordi, le nostre sensazioni. Purtroppo per la compatta e per chi le produce, da qualche tempo esiste il telefono cellulare che a forza di condividere la stessa tasca ne ha imparato i segreti, tra cui fare bene le foto, e l'ha sfrattata.
Ma la compatta resiste, si fa più bella e cresce anche "spiritualmente". Il suo cuore ora è davvero enorme, è arrivato prima fino a un pollice, poi quasi a 30mm (sulla diagonale) e ora addirittura al formato pieno! E anche di testa non è più la svampita di una volta, ora ha processori buoni anche per gestire le orbite dei satelliti. Ed è più comunicativa, si collega ai nostri network domestici per far vedere subito al mondo intero il suo operato, ma - votata al perdono - dialoga anche con il suo aguzzino, lo smartphone, che ricambia facendo da corriere verso l'agognata rete (ma già si affacciano all'orizzonte delle autarchiche tuttofare, come la Samsung Galaxy Camera...). La compatta ora ha anche occhi più grandi e luminosi, che scrutano il mondo con sguardo stabile anche quando la luce non basta a leggere il giornale, e si adattano ai nostri desideri aprendosi su panorami mozzafiato o concentrandosi su primi piani intimi.
Ecco, tra i tanti primati che le compatte di classe hanno riconquistato ai danni degli smartphone il più evidente è forse proprio quello relativo alla parte ottica. Esistono già dei fotofonini con un vero zoom, ossia non digitale, ma non brillano certo per compattezza, la caratteristica che finora li rende un compromesso vincente. I limiti, però, sono fatti per essere superati e già si parla di zoom ottici che non cambierebbero di una virgola le dimensioni dei telefoni ospiti. La soluzione potrebbe essere simile a quella che adottò la compianta Minolta per la sua Dimage X, una compatta davvero minuta (almeno al tempo, correva l'anno 2002) con sensore da 2 megapixel e zoom equivalente a 37-111mm. L'obiettivo era posto in verticale e guardava verso fuori grazie a un prisma riflettente inclinato di 45°. Con gli attuali livelli di miniaturizzazione si potrebbe concepire uno zoom simile con l'ingombro di una batteria AAA, o anche minore, annegato lungo il lato corto di uno smartphone. Non è fantascienza, ma una realtà paragonabile a una marea che dopo aver fatto inabissare le compatte più semplici costringerebbe le cosiddette "top" a salire ancora più in alto, diventando sempre più belle, speciali, efficienti. E forse anche più irraggiungibili, soprattutto da chi si è abituato a galleggiare e non vede il motivo di sforzarsi per scoprire cosa c'è più su. Perché dilaga il principio del "sufficientemente buono", che demotiva i creativi e appaga i mediocri. Sapremo liberarcene?
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