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Fuoco sul fuoco
FOTO Cult - Gennaio 2013 #96

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Emanuela Costantini

Evocare fantasmi della storia che sembravano svaniti permette di dar conto del clima in cui si è tenuta, lo scorso dicembre, la World Conference on International Telecommunications, convocata a Dubai per discutere del futuro di Internet. Due i temi più caldi tra i tanti affrontati dai delegati di 193 Paesi presenti: l'aggiornamento del trattato internazionale sulle telecomunicazioni, fermo al "Giurassico" 1988, e la riorganizzazione delle regole per il controllo sulla Rete da parte dei governi di tutto il mondo, sotto l'egida di un organismo sovranazionale come l'International Telecommunication Union, ovvero l'agenzia delle Nazioni Unite per le telecomunicazioni.
L'appuntamento negli Emirati Arabi avrebbe potuto cambiare in modo determinante le politiche di gestione del Web, dando spazio a Paesi finora esclusi dalla cabina di comando occupata dagli strateghi dell'etere. Di fatto, però, la grande réunion si è rivelata un fallimento. A dispetto dell'atteso consenso unanime, solo 89 dei delegati presenti hanno dato il loro placet al nuovo trattato. Il documento arrivato alla firma, pur non stravolgendo l'assetto precedente, ha scontentato una grossa fetta di mondo, in particolare le potenze Occidentali, decise a frenare le ambizioni avanzate dai nuovi Paesi emergenti di prendere posto anche nell'economia digitale. I rappresentanti di Stati Uniti, Canada e Regno Unito hanno, infatti, espresso il loro timore sulla possibilità che i governi che già applicano la censura e il controllo sul Web possano estendere le loro restrizioni anche al di fuori dei confini nazionali, mettendo a rischio la libertà d'informazione e di espressione a livello planetario. Una preoccupazione, forse, non del tutto infondata, dato che Russia, Cina ed Emirati Arabi hanno chiesto proprio all'assemblea di Dubai di concedere ai governi maggiori strumenti per filtrare e arginare l'accesso ad alcuni contenuti on line. Proposta che l'ITU, com'era prevedibile, non ha ratificato.
Ma forse, i veri timori, soprattutto per gli Stati Uniti, sono altri e la vera ragione di questa spaccatura ideologica che si è creata risiede principalmente negli interessi economici delle net company - guarda caso, per la maggior parte americane - che temono di perdere il loro monopolio nel business dell'etere.
Finora, l'assenza di regole specifiche per la gestione del Web ha permesso all'attuale lobby di prosperare e di dettare legge in una terra senza padroni. L'allargamento della base con potere decisionale sotto l'ombrello di un ente sovranazionale come l'ITU porterebbe le aziende già presenti sul mercato a dover dividere la torta con invitati affamati e abituati a un diverso "galateo", come Cina e Russia.
Ci viene il legittimo dubbio che le stesse motivazioni abbiano spinto Google a intervenire nel dibattito di Dubai, pur non essendo una nazione. Anticipando i tempi, l'azienda californiana aveva promosso, alcuni mesi fa, una petizione on line in difesa della libertà della Rete.
Evidentemente, non si è trattato di un'iniziativa magnanima e disinteressata. Oggi Google è un gigante che ha in pancia 250 miliardi di dollari di valore capitale, sostanze accumulate soprattutto grazie all'efficienza e alla capillarità del suo potente motore di ricerca. Introdurre delle barriere che ne ostacolano il funzionamento significherebbe condannarla al tracollo, poiché gli inserzionisti pubblicitari rinuncerebbero a investire in un canale che non garantisce più le prestazioni di un tempo.
Gli interessi delle aziende che dalla Rete traggono la loro linfa vitale difficilmente coincidono con quelli dei governi per i quali il worldwideweb è un luogo d'importanza strategica per monitorare l'opinione pubblica, l'orientamento e il consenso. Il Web è ormai una tecnologia di non ritorno - difficile immaginare il nostro alfabeto senza le tre "w" - e forse i governi avrebbero potuto impiegare in modo più fruttuoso il soggiorno a Dubai, interrogandosi più sugli ingredienti della torta, sulla ricerca di ricette nuove, sulle aspettative dei fruitori, che non sul numero e sulla dimensione delle fette.
Forse con troppo ottimismo avevamo cominciato a considerare la Rete l'ultimo baluardo di libertà, il luogo in cui la massa silenziosa di ieri si è riappropriata della propria singolarità scrivendo la sua storia in tempo reale su blog e social network. Ma tant'è: quando il gioco si fa serio e le regole non sono ancora scritte, chi arriva prima pianta la bandiera e decide che quella terra di nessuno ora appartiene a qualcuno.

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