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Dietro al dolore degli altri
FOTO Cult - Ottobre 2012 #93

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Emanuela Costantini

Il 12 settembre scorso, l’ambasciatore americano in Libia Chris Stevens è rimasto ucciso in un attentato messo in atto da militanti islamici contro il consolato USA di Bengasi. Grazie ai tamburi del villaggio globale la notizia si è diffusa rapidamente in tutto il pianeta, accompagnata dalle fotografie del corpo straziato del diplomatico. Immagini raccapriccianti che hanno suscitato lo sdegno del pubblico, tanto da indurre il Dipartimento di Stato a chiederne la censura. Non tutti gli editori, però, hanno assecondato gli ordini superiori. Tra questi, il New York Times. Ian Fisher, direttore editoriale associato del quotidiano statunitense, ha giustificato la decisione sostenendo che in casi del genere "... vi è un imperativo giornalistico. È una notizia". Un esempio che vale per le tante immagini, veicolate dai media, al centro del dibattito internazionale sull’opportunità di ricorrere a scene crude per documentare un fatto. Conoscere la verità. È questa l’esigenza che accomuna il diritto del pubblico all’informazione e il dovere di giornalisti e fotoreporter di dar conto di ciò che accade nel mondo. E la verità che colpisce i sensi, prima ancora che l’intelletto, "arriva prima". Lo sanno i cronisti come i pubblicitari. Un confronto audace quello tra i due ambiti, spesso separati nei criteri di scelta da una linea sottile.
Un filmato, una fotografia sono una prova. Più efficace, immediata e meno retorica di un articolo, specie se serve a documentare una tragedia umana. Cruda, diretta, in molti casi dettata da una curiosità morbosa. Un male necessario, per alcuni, perché prova "fisica" di ciò che è avvenuto, ratifica la storia, quantifica l’entità di un dramma. È la parola dello sguardo che, più di quella della mente, è in grado di cambiare l’agenda del tempo. Per altri, invece, è un affronto al buon gusto, al rispetto umano, una violazione delle regole etiche e deontologiche di chi fa informazione.
Spesso, implicazioni politiche pesano nella scelta di rendere pubbliche certe realtà. Lo insegna la tragedia dell’11 settembre. Tra le tante immagini dell’attentato, ne circolarono alcune - girate con un telefonino dal signor Nessuno - dei disperati che si lanciavano nel vuoto dalle torri in fiamme. In quel caso, lo spettacolo mediatico della morte serviva a "fare fronte comune", a tenere unite le coscienze. Il dramma di "pochi" diventava così quello di una nazione e dell’intero blocco Occidentale.
11 marzo 2004. Trenta mesi esatti dopo l’attacco di New York anche la Spagna piange le sue vittime del terrorismo: fotografie decisamente "forti", quelle dell’attentato alla metropolitana della capitale, che mostrano brandelli umani disseminati lungo la ferrovia. Quegli scatti non furono pubblicati tal quali in tutti i Paesi. Alcune testate hanno rimosso dalle immagini gli arti insanguinati con il fotoritocco, altre hanno desaturato il rosso acceso del sangue. Altre ancora hanno preferito eclissarli con titoli e didascalie. Nulla di tutto questo è accaduto in Spagna, dove i giornali hanno mostrato quelle scene in tutta la loro cruda realtà. Era la sua tragedia, in fondo, almeno la nazione direttamente colpita doveva sapere e vedere. Con buona pace dei deboli di stomaco.
Che non sono poi così tanti. C’è un rovescio della medaglia nell’atteggiamento del pubblico che spesso viene sottaciuto. Spesso si grida allo scandalo dinanzi alla spettacolarizzazione della morte da parte dei mass media. Eppure i tanti filmati presenti sul web dell’impiccagione del dittatore iracheno Saddam Hussein contano centinaia di migliaia di visualizzazioni. Immagini mosse, approssimative, girate ancora una volta con un telefonino, mostrano il rais con il cappio al collo. Contemporaneamente, altri telefonini filmavano il popolo iracheno in festa e i negozianti che regalavano caramelle ai bambini. Non più solo reporter di professione, dunque. Lo stesso uomo della strada che si indigna alla vista del sangue, dinanzi alla tragedia si fa delatore e offre la sua testimonianza oculare in pasto al circo mediatico. Spesso a titolo gratuito e con un malcelato compiacimento. "Io c’ero. Ecco le prove".
Si arriccia il naso, dunque, più per evitare l’ammonimento morale della società che per reale convinzione. In fondo, i tabù hanno affascinato l’uomo da sempre.
Altri esempi. Le immagini dei corpi lacerati del duce e della sua amante Claretta Petacci, esposti in piazzale Loreto, a Milano, furono stampate in versione cartolina e vendute come macabri souvenir nelle cartolerie. Con un salto temporale di quasi mezzo secolo, il dittatore rumeno Nicolae Ceaucescu fu giustiziato insieme a sua moglie Helena con cento colpi di Kalashnikov badando a non deturparne il volto, una "gentilezza" ordinata ai militari in modo che il mondo potesse riconoscerlo e avere la prova certa del suo trapasso. L’esatto contrario è avvenuto, invece, con l’uccisione di Osama Bin Laden. Non ci sono in circolazione immagini del cadavere del leader di Al Qaeda, considerato il mandante dell’attentato alle Twin Towers, ma grossolani fake diffusi sul web ancor prima di quel 2 maggio 2011, il giorno in cui fu data la notizia ufficiale della sua cattura ed esecuzione. Pare che le fotografie scattate a Bin Laden fossero particolarmente raccapriccianti e tali da non renderne riconoscibile il volto. Così le autorità americane hanno deciso di non divulgarle, anche "per evitare rivendicazioni terroristiche". Non ci sono prove, dunque, della morte di Bin Laden e il suo corpo pare sia stato dato in pasto agli squali. Finale decisamente inglorioso e poco credibile per l’uomo più ricercato del mondo. In questo caso, turandosi il naso, forse una foto per la storia ci stava tutta. Ammesso che quell’uomo, conosciuto in tutto il globo solo attraverso messaggi video e fotografie, sia mai esistito. Ma questa è un’altra storia.

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