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Il nome della cosa
FOTO Cult - Settembre 2012 #92

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Emanuela Costantini

Le spedizioni in Antartide possono essere molto sgradevoli non solo perché si rischia di scoprire orripilanti creature extraterrestri sepolte da millenni nei ghiacci e col vizio di risvegliarsi di pessimo umore, ma anche perché alcuni dei nostri sensi, almeno finché non ci si adegua all’ambiente, restano pesantemente inappagati. L’olfatto, innanzitutto. È testimonianza condivisa da chi ha passato qualche settimana oltre i 67° di latitudine Sud che il rientro nelle terre con climi meno rigidi è accompagnata da una vera e propria tempesta olfattiva. Ed è per questo - oltre che per rendere più possibile piacevoli i momenti conviviali, forzatamente al chiuso - che una delle voci più costose del bilancio di una spedizione riguarda la cucina e i suoi chef. Il gusto, la vista e soprattutto l’olfatto hanno bisogno di essere appagati da una pizza napoletana verace, da un piatto di tonnarelli cacio e pepe, da una crostata fragrante. Senza tutto questo, hanno constatato gli psicologi, si rischia di impazzire...
Per alcuni la fotografia digitale è come l’Antartide: un luogo freddo e senza odori. La convenzionale luce di una camera chiara e l’odore sintetico di un computer non danno quell’emozione che si prova quando ci si chiude in una camera oscura, un luogo che si sente nello stomaco, come un primo appuntamento. Buio, ma non del tutto. Anzi, la regola vuole che in una camera oscura si possa leggere il giornale, l’importante è che la luce sia quella giusta, perché è la qualità e non la quantità a creare l’atmosfera. E poi l’odore, non proprio paragonabile a un’essenza floreale, ma fortemente tipico e coinvolgente. Per alcuni la camera oscura è anche gusto: un noto fotografo professionista del basso Lazio era uso assaggiare i chimici per vagliarne la "carica".
Anche se qualche burlone ha proposto una pennetta USB che, scaldandosi se connessa al computer, sublima una sostanza contenuta al suo interno così da riprodurre l’odore della camera oscura, nulla delle esperienze sensoriali della fotografia analogica è migrato in quella digitale. Tantomeno quelle tattili, essendo il piacere di maneggiare una stampa qualcosa che i giovanissimi fotografi spesso ignorano.
Eppure a tutto ciò noi abbiamo rinunciato e la fotografia analogica è "morta" (non me ne vogliano i pignoli delle statistiche: qui a volte si parla per iperboli). Dal 1999, anno in cui le vendite di rullini nei soli Stati Uniti d’America sfiorarono il miliardo di pezzi, la pellicola si è spenta con rapidità impressionante, manco fosse stata dichiarata tossica. Chi è rimasto attaccato alla vecchia tecnologia lo ha fatto principalmente per questioni economiche o anagrafiche: poveri, vecchi fotografi analogici...
Eppure, un po’ come "la Cosa" sepolta nei ghiacci antartici, la fotografia argentica mostra segni di risveglio. Difficile dire da cosa dipenda. Se nella musica il ritorno al vinile ha soprattutto motivi di ordine qualitativo, in fotografia trovo davvero ardito sostenere ancora la superiorità della pellicola. Non solo: se nella musica il digitale ha azzerato il volume fisico degli archivi lasciando però sostanzialmente inalterata la gestualità finalizzata all’ascolto, in fotografia la catena produttiva di un’immagine è stata letteralmente rivoluzionata con un innegabile aumento di versatilità (basti pensare alla possibilità di cambiare la sensibilità ISO tra uno scatto e l’altro). Fatto che escluderebbe un ritorno al passato dettato dalla razionalità più fredda. Il fenomeno ha altri lati interessanti. Può sorprendere, ad esempio, che la maggior parte delle stampe commissionate ai laboratori abbia oggi origine da un negativo e non da un file. Il rapporto è uno schiacciante venti a uno. E ci può stare: senza stampa il negativo non ha senso, mentre la fotografia digitale conclude quasi sempre il suo processo creativo con lo scatto e la visione a monitor o, nella migliore delle ipotesi, con la condivisione su un social network. Ma è assai più stupefacente che l’aumento di domanda verso fotocamere a pellicola, rullini, carta, chimici e altri accessori strettamente legati alla fotografia analogica sia generato da una fascia di popolazione molto giovane. Chi sono costoro? Sono probabilmente i nati nell’era digitale (può bastare appartenere alla classe 1990 per non aver mai toccato una pellicola) che, dopo aver percorso in breve tempo tutte le vie della fotografia numerica con la velocità che questa tecnologia permette, hanno l’urgenza di capire da dove viene la magia che li appassiona. Potrebbero essere i fan di Instagram e degli altri filtri che emulano la fotografia analogica, che dopo aver apprezzato l’imitazione vogliono scoprire l’originale. Potrebbero essere quelli che devono distinguersi a ogni costo, perché lo smartphone con l’app più cool ormai ce l’hanno tutti. Sinceramente non riesco a dare un nome alla "Cosa" né, in questo momento, credo abbia senso farlo. L’importante, in fondo, è che si muova.

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