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Che la massa sia critica
FOTO Cult - Luglio 2012 #90

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Emanuela CostantiniIn passato ci siamo soffermati sulla libertà dei progettisti di dare forme nuove alle fotocamere, svincolati come sono dalle costrizioni dei vecchi apparecchi analogici.
Volendo semplificare, da questa inedita condizione sono nati sia gli smartphone sia le mirrorless, per tacere dell’evoluzione di cui hanno beneficiato le fotocamere compatte, schiacciate commercialmente dai primi due ma, a nostro avviso, con ancora tanti assi nella manica. In questo gioco delle parti i telefoni cellulari in grado di scattare foto di qualità soddisfacente stanno ormai raggiungendo una diffusione epidemica. Molti possessori di smartphone contraggono poi un altro morbo, quello della fotografia, che ha come primo sintomo un fortissimo senso di insoddisfazione verso quello strumento che limita la loro creatività. Alcuni traggono giovamento dall’abuso di app che (s)personalizzano scatti banali. Si tratta di “farmaci” spesso gratuiti che danno breve euforia, ma che possono davvero guarire il malato, spegnendo una passione allo stato embrionale. Altri, compresi quelli che restano fortunatamente infetti nonostante le app, comprendono che determinate visioni originali hanno bisogno di strumenti versatili e controllabili per poter essere tradotte in immagini. E, dopo aver provato – dal fotonegoziante, in fiera o dall’amico – il gusto di una fotocamera a sistema, entrano in un tunnel di luminosità impareggiabile dal quale spesso non escono più.
Fino a dieci anni fa, a questo punto, la scelta dell’aspirante fotografo poteva ricadere solo su una reflex, condizione che è rimasta tale anche all’inizio dell’era digitale. Poi sono arrivate le mirrorless (o compatte a ottica intercambiabile), più piccole perché libere dall’eredità morfologica delle reflex a pellicola e più allettanti per il grande pubblico perché con un’impostazione meno distante da quella degli smartphone. Sia ben chiaro che nessuna di queste categorie è rimasta cristallizzata, ferma sulle proprie posizioni: per risultare appetibile alla massa, ognuna ha provato a far proprie caratteristiche tipiche dell’altra.
Gli smartphone hanno sbandierato sensori dalla risoluzione esuberante e conseguenti zoom digitali, esposizioni multiple per ridurre il rumore, effetti di sfocatura digitale per emulare ottiche ad alta luminosità. In alcuni casi il paradosso ha voluto che intorno a certi cellulari fiorisse una nutrita serie di accessori e aggiuntivi ottici, talvolta tanto pesanti e voluminosi da snaturare il concetto di tascabilità tipico degli smartphone.
Le mirrorless, alcune ormai realmente tascabili, hanno fatto propria la versatilità e la qualità delle reflex adottando spesso sensori di grossa taglia e circondandosi di ottiche sempre più numerose e diversificate. Soffrono ancora di un forte complesso di inferiorità a causa dell’autofocus a rilevazione del contrasto sul sensore, fisiologicamente più lento di quello a rilevazione di fase, tipico delle reflex. E qui si assiste al primo importante sconfinamento.
Nikon, per le sue mirrorless serie 1, adotta dei sensori ibridi (che per certi versi ricordano quello della compatta Fujifilm F300 EXR del 2010) che integrano le due tecnologie autofocus, pur con diversi limiti funzionali e operativi: l’AF a rilevazione di fase integrato nel sensore immagine funziona solo in buone condizioni di luce e si attiva automaticamente. Tanto per restare in casa Nikon, le mirrorless 1 non sostituiranno la reflex professionale D4 alle prossime olimpiadi, ma faranno felici mamme e papà impegnati con calciatori in erba o bestiole giocose.
Le reflex hanno imparato a fare i video, a volte talmente bene da scalzare le cineprese dai set cinematografici. Ma soprattutto quelle di fascia più economica hanno iniziato a soffrire la concorrenza delle mirrorless. E allora ecco che, per allettare i contagiati più gravi, la reflex inizia ad avvicinarsi a queste e di conseguenza agli smartphone: la nuova Canon Eos 650D (di cui potete leggere a pagina 12) sfoggia ora il suo sensore ibrido. Con questa mossa Canon intende travasare le sue conoscenze in fatto di AF a rilevazione di fase nelle riprese video e in live view in genere, migliorando nettamente la fruibilità in quella modalità d’uso della fotocamera che più appare familiare a chi ha esperienze con compatte digitali e smartphone. E se a questo aggiungiamo che la nuova Eos ha anche il touch screen, una primizia tra le reflex, la strada appare tracciata.
Il processo di fusione è a uno stadio talmente avanzato che funzioni di controllo remoto delle fotocamere tramite smartphone o tablet e soprattutto di connettività wi-fi alla rete internet, sulle quali Samsung sta mostrando di voler giocare d’anticipo, iniziano a diffondersi.
E questa rivoluzione sarà un pranzo di gala.
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