fotocult.it home page
home page
sommario
editoriale
arretrati
abbonamenti
segnala edicola
segnala mostre e concorsi
le tue fotografie
lavora con noi
Foto Cult : partner
contatti
spacer

Non basta crederci
FOTO Cult - Gennaio 2012 #84

ingrandisci la copertina

Emanuele CostanzoSecondo il suo biografo, Steve Jobs, cofondatore di Apple da poco passato a miglior vita, tra i suoi obiettivi aveva quello di rivoluzionare la televisione, i libri e la fotografia. E molti sperano che abbia lasciato il testimone a qualcuno perché non sarebbe affatto male se qualche magia arrestasse l'involuzione della televisione e l'estinzione della letteratura. E la fotografia? Cosa vuol dire rivoluzionare la fotografia? Ci ha già pensato il digitale, verrebbe da dire. E tutto quel che è venuto dopo non è che un naturale sviluppo. A essere pignoli, il digitale ha stravolto soprattutto la fruizione della fotografia, non l'atto in sé, che invece resta sempre un processo mentale complesso a prescindere dallo strumento utilizzato. Se però per "rivoluzione" si intende l'espansione a macchia d'olio degli smartphone, e in particolare di quelli con la mela, il compianto Steve il suo obiettivo l'ha già raggiunto. Già prima della scorsa estate la notizia che la maggioranza relativa delle immagini caricate su Flickr proveniva da un esercito di iPhone aveva suscitato sconcerto, scalpore, timore... Nikon D90 e Canon Eos 5D Mark II scalzate da un telefono nella classifica delle fotocamere più utilizzate sulla piattaforma fotografica per antonomasia! Il fenomeno è davvero interessante perché questa schiacciante vittoria, non solo nei confronti degli altri smartphone ma anche delle vere fotocamere, non si fonda sulla qualità. Perché, diciamocela tutta, proclami pubblicitari a parte, la sezione ottica ed elettronica delle fotocamere incorporate nei telefoni di Cupertino, per quanto molto migliorata negli anni, non può soddisfare un occhio esigente. Il fascino "elitario" del marchio è forse tra le principali cause della diffusione dello smartphone. La popolarità acquisita nel giro di poco tempo ha spinto sviluppatori di app e produttori di accessori fotografici a dedicare in modo del tutto sproporzionato la propria inventiva a questo apparecchio, amplificando così il richiamo di un oggetto sempre più ambito nonostante il costo, questo sì, davvero elitario. La diffusione dell'iPhone di Apple e degli altri smartphone, che comunque hanno la loro brava fetta di mercato, non costituisce di per sé un problema. Anzi, più strumenti fotografici (anche elementari) ci sono in giro, più aumentano le probabilità che qualche talento venga allo scoperto. Il problema, stando agli umori che si percepiscono negli ambienti fotografici più disparati, è proprio il "talento" che questa enorme massa di fotografi punta-e-scatta crede di avere acquisito in un istante. Alcune app, ovvero le applicazioni studiate per gli smartphone, sono al centro del mirino. Gratis o al prezzo di poche decine di centesimi, si trovano programmi che danno alle immagini un determinato stile. Si va dall'emulazione delle Polaroid a quella che scimmiotta le Lomo o le Holga, ovvero le fotocamere giocattolo che fanno dei propri difetti il punto di forza, dall'app che riproduce la classica cornice che si ottiene in camera oscura a quella che dona un tocco vintage al colore. Insomma, filtri digitali di cui si configura un abuso sempre più generalizzato perché il tocco artistico (di chi ha ideato il filtro, non di chi lo usa) rende più presentabili scatti altrimenti insignificanti. Ci si chiede, insomma, se spendere aggettivi nobili e preziosi come talentuoso o artistico non sia fuori luogo per collezioni di autoscatti allo specchio, di cuccioli domestici o di semafori, passati per le "mani" di un'app come Instagram o Hipstamatic. Il timore, che per certi versi condividiamo, è che la sostituzione di automatismi sempre più perfezionati e di interventi artistici preconfezionati alla conoscenza del mezzo fotografico non solo squalifichi chi se ne avvale, ma inneschi un processo di involuzione nella massa che, di questi tempi, è più incline alla semplificazione omologante che alla distinzione ideologica e culturale. Chi mette in guardia dalle app, per semplificare, non mira a ingabbiare la creatività, piuttosto a sviluppare una base tecnica e culturale che non renda puramente casuale la riuscita di uno scatto memorabile. Il talento deve potersi esprimere, ma anche sapersi ripetere. E per fugare ogni dubbio tecnocratico, chi ha investito tempo, energie e spesso anche parecchio denaro per alimentare la passione della fotografia ritiene che la bravura di un fotografo sia proporzionale non tanto alla qualità della sua attrezzatura, quanto alla sua preparazione, tenendo fuori dal computo fattori meno determinabili come il talento e la fortuna. Possiamo dar loro torto?

FOTO Cult | Tecnica e Cultura della Fotografia | contatti | privacy | credits