fotocult.it home page
home page
sommario
editoriale
arretrati
abbonamenti
segnala edicola
segnala mostre e concorsi
le tue fotografie
lavora con noi
Foto Cult : partner
contatti
spacer

Le mani sulla fotografia
FOTO Cult - Dicembre 2011 #83

ingrandisci la copertina

Emanuele CostanzoSe devo dirla tutta, a me le moderne macchine fotografiche, soprattutto quelle con le ottiche intercambiabili, piacciono davvero tanto. Sono rapide, affidabili, mi spingono a usarle e a corredarle di tanti obiettivi, mi avvisano se ho sbagliato, all’occorrenza si trasformano in videocamere, hanno la camera oscura incorporata e fanno divertire anche chi mi sta vicino. Gli attuali sistemi sono integrati in modo pressoché perfetto: fotocamere, obiettivi e accessori dedicati dialogano senza incomprensioni in una lingua spesso imperscrutabile e sempre affascinante. L’insieme è molto elegante, ma anche molto esclusivo, chiuso. A questo stato delle cose non si è arrivati in un giorno e non certo in seguito all’avvento del digitale. Già dagli anni Ottanta l’elettronica aveva iniziato a mettere paletti qua e là, rendendo incompatibili, ad esempio, le nuove reflex con i vecchi obiettivi e viceversa; accadde in maniera drastica in presenza di svolte epocali, come quelle che vissero Canon e Minolta con la nascita dei sistemi autofocus, e in modo più sfumato e progressivo dove si era scelta la linea della continuità, come in casa Nikon o Pentax. Prima di allora la natura strettamente meccanica degli apparecchi aveva creato dei sistemi virtualmente aperti, sui quali era naturale intervenire dando libero sfogo alla creatività artigiana. Non c’era niente di più normale che acquistare un anello adattatore per utilizzare una vecchia ottica su un nuovo corpo di marca diversa. E non ci si dannava più di tanto se si perdevano alcuni automatismi perché tutti erano abituati a mettere a fuoco e a impostare tempi e diaframmi manualmente, magari aiutati da un esposimetro esterno. La relativa semplicità della meccanica (l’ottica era e resta terreno per pochi) aveva autorizzato e stimolato molti a "intromettersi" nel sistema e a dire la propria, a far da sé. E questa vena creativa non si limitava alla produzione artigianale di accessori per la fotocamera, ma si estendeva a tutte le fasi del processo fotografico. Nelle riviste di allora, ma anche durante le riunioni nei circoli, si illustravano le tecniche di realizzazione di pannelli riflettenti o addirittura di bank per diffondere la luce nei ritratti, di supporti per ancorare la reflex nelle posizioni e nei luoghi più improbabili, di accessori per la macro realizzati con l’anima dei rotoli di carta da cucina, di flash anulari costruiti con tubazioni in plastica per l’edilizia... E non c’era Photoshop, quindi gli interventi sul colore o sulla nitidezza andavano fatti in ripresa. E via andare con filtri fatti in casa, doppie esposizioni acrobatiche (non tutte le fotocamere avevano il comando che permetteva il riarmo dell’otturatore senza far avanzare la pellicola...), proiezione di immagini su sfondi bianchi per contestualizzare ritratti... La fotografia era molto più materica: dopo lo scatto si interveniva fisicamente sui negativi o sulle diapositive con graffi, bruciature, duplicazioni in sandwich, tecnica per la quale fiorirono accessori di ogni fattura. Per non parlare di chi le emulsioni se le faceva in casa, mettendo in pratica qualche conoscenza di chimica e un po’ di sana follia. La stampa del bianconero in camera oscura, infine, costituiva la massima valvola di sfogo per i più fantasiosi, che se non diventavano dei maghi delle ombre cinesi inventavano sfumini di tutte le forme per l’affascinante tecnica della mascheratura. Oggi gran parte di questa attività collaterale allo scatto puro e semplice si è estinta. La chiusura legata alla cosiddetta evoluzione tecnologica dei sistemi fotografici, così integrati elettronicamente da aver quasi azzerato le chance di riparazione in caso di guasto, non lascia grandi spiragli all’inventiva. Tra gli effetti collaterali vale la pena citare la disaffezione verso prodotti che prima erano durevoli (ho ancora la mia prima reflex di 25 anni fa e se ci infilo un rullino funziona esattamente come allora), mentre adesso sono vittime della rapida obsolescenza, e la conseguente attenuazione del fenomeno del collezionismo. La remissività indotta nel fotoamatore da una tecnologia percepita come ineluttabilmente distante si estende anche alla fase precedente lo scatto. Qui, sebbene una prudente attenzione al risparmio sarebbe ancora facilmente praticabile, si preferisce attingere sempre più ai cataloghi dei produttori che riescono a offrire prodotti versatili, economici e soprattutto già pronti (complice anche il decentramento della produzione in Estremo Oriente). Non c’è più il desiderio di realizzare materialmente le proprie idee. Anche la fase fotografica per eccellenza, la ripresa, è smaterializzata, raramente sfocia in una stampa. Ma la creatività è inarrestabile come l’acqua, e in questa precisa fase storica della fotografia sembra trovare sfogo esclusivo nella postproduzione (in senso molto lato), palestra elettronica per menti spesso davvero brillanti. Ecco perché non dobbiamo accontentarci.

FOTO Cult | Tecnica e Cultura della Fotografia | contatti | privacy | credits