fotocult.it home page
home page
sommario
editoriale
arretrati
abbonamenti
segnala edicola
segnala mostre e concorsi
le tue fotografie
lavora con noi
Foto Cult : partner
contatti
spacer

Overdose
FOTO Cult - Ottobre 2011 #81

ingrandisci la copertina

Emanuele CostanzoTrovo sconvolgenti certi effetti legati all’avvento del digitale e di internet. Alcuni sono evidentissimi e consolidati, ma non per questo da accettare acriticamente. Basti pensare alla quasi totale estinzione dei fabbricanti di pellicole, Agfa e Ilford su tutti, e dei laboratori di stampa. Milioni di fotografie digitali, scattate sostanzialmente per la gratuità dell’atto, per fortuna muoiono dimenticate in qualche computer o formattate per un provvidenziale errore del suo fotorroico proprietario. Ma altrettante schegge di memoria di uomini e donne di tutta la Terra subiscono da anni la stessa sorte, impoverendoci uno a uno e tutti insieme. La visibilità e, ormai, l’immediata condivisibilità dello scatto soddisfano alcuni "bisogni" della psiche umana, ma ne mortificano altri. Primo tra tutti, ci è andato di mezzo l’irrazionale piacere legato al ritardo, è venuta meno la trepidazione, entrambi corollari della materialità degli antichi vettori delle informazioni fotografiche: il rullino, fragile scrigno di immagini latenti in spericolato affido a corrieri senza scrupoli, e la stampa, oggetto magico che rinuncia a una delle tre dimensioni spaziali per fermare eternamente la quarta. D’accordo, altri tempi. Del resto, si è detto, il responso immediato del monitor dà alcuni vantaggi, tra cui la maggior socialità dell’atto fotografico e l’accelerazione della fase di apprendimento della tecnica. Mentre la condivisione su vasta scala tramite social network concede delle moderate scariche di dopamina che aiutano il fotografo a migliorare l’umore di quando in quando. Doping (buono), appunto. Ma non è finita qui. La digitalizzazione della fotografia e la sua diffusione tramite internet consentono di godere con semplicità delle opere dei grandi autori, senza muoversi di casa e a un costo irrisorio. Insomma, ci si diverte di più, si impara più in fretta e ci si può ispirare senza troppa fatica a eccellenti esempi: per qualcosa che si è perso, la contropartita sembra considerevole.
Vanno però valutati degli aspetti negativi meno evidenti di quelli elencati finora. Il web per sua natura è un contenitore aperto atemporale, i cui contenuti sono difficilmente contestualizzabili o collocabili in un dato luogo e in un preciso istante. Mentre è ben definibile la portata del messaggio veicolato attraverso un libro, una rivista o una mostra, è ben più arduo comprendere appieno l’opera di un autore conosciuto solo sul web, perché il valore di questa si completa solo col contesto socio-politico in cui si è concretizzata. L’enorme serbatoio costituito da internet, agli occhi di un inesperto, diventa un brodo primordiale in cui causa ed effetto, maestri e allievi, rischiano di scambiarsi di posto, portando continuamente avanti e indietro le lancette dell’evoluzione culturale e, ineluttabilmente, all’appiattimento.
Il livellamento verso uno stile ha anche altre cause, sia tecniche che psicologiche. Se in passato i frutti delle menti più creative viaggiavano essenzialmente - e con lentezza nobilitante - in un senso solo, cioè dalle fonti editoriali verso gli utenti finali, il web ha aperto il senso prima vietato, si può andare "contromano". Tutti possono proporre le proprie idee su un palcoscenico universale in un’apprezzabile (almeno in linea di principio) applicazione del principio di intelligenza collettiva. Non ci sono rullini da stampare, provini da analizzare, negativi selezionati da stampare, mostre da allestire e inviti da spedire. Basta un click. E il costo dell’esposizione (esibizione?) su internet, se confrontato al passato analogico, è pari a zero. Ed ecco che si moltiplicano i fotografi e - in ossequio alle regole del web che impongono esistenze ad alta frequenza di apparizione - le fotografie: tanti fotografi che fotografano tanto. Così tanti e così tanto che l’offerta supera la domanda. E tutta l’immensa platea, che pure in un raro esempio di democrazia vera potrebbe giudicare tutto, non riesce a stare al passo. La ricerca disperata della dose quotidiana di consenso spinge i fotografi all’allineamento. Almeno fino a quando un rigurgito di noia sentenzia il bisogno di novità e l’inizio di una nuova migrazione collettiva che ricorda tanto quella dei lemmings.
Un dramma culturale globale? Non credo, almeno fino a quando questo sovraccarico di informazioni resta definibile come fisiologico assestamento su una nuova piattaforma di comunicazione. Di certo tanti hanno cavalcato l’onda euforica del digitale, speriamo che la risacca non ne porti troppi al largo.

FOTO Cult | Tecnica e Cultura della Fotografia | contatti | privacy | credits