fotocult.it home page
home page
sommario
editoriale
arretrati
abbonamenti
segnala edicola
segnala mostre e concorsi
le tue fotografie
lavora con noi
Foto Cult : partner
contatti
spacer

Fast and curious
FOTO Cult - Settembre 2011 #80

ingrandisci la copertina

Emanuele CostanzoQuesta è la storia vera di un’intervista mai uscita su FOTO Cult, una breve storia che raccontiamo senza fare nomi. Una redattrice della sezione Cultura e Immagine viene contattata da un fotoreporter, suo amico di vecchia data, che le racconta del suo ennesimo, lungo viaggio di lavoro in Africa. In questo periodo il fotografo, che da un’organizzazione senza fini di lucro è stato incaricato di documentare le condizioni della Sanità in una provincia di una repubblica centrafricana, entra in contatto con una realtà inattesa. Il livello organizzativo, la preparazione del personale medico e paramedico, la cura anche psicologica dei degenti, l’efficienza e l’igiene delle strutture sanitarie gli appaiono più appropriati a un Paese scandinavo che al cuore del Continente nero. Il fotografo cerca di capire l’origine del "miracolo", e giunge a conclusioni incoraggianti sulla natura stessa dell’essere umano, fino a confutare la tesi dell’ineluttabilità del destino che sembra attanagliare certe aree del mondo. Insomma, una storia a lieto fine. La telefonata del fotoreporter si conclude con la notizia che da quel viaggio è nata una mostra e che l’amica redattrice è caldamente attesa. Invito che lei coglie al volo, anche come potenziale occasione per mostrare ai lettori un reportage diverso e di valore, dato che le premesse sono interessanti e il talento del fotografo le è noto. Purtroppo - o per fortuna - non vedrete mai le foto esposte, quantomeno non su queste pagine, perché di madri e figli in posa da Pietà michelangiolesca, di membra d’ebano trafitte da candidi tubi (tanto tristi che non si capisce se infondono o prelevano), di bambini denutriti e di "sfiga" sublimata ne avete abbastanza. Dov’erano finite le foto che avrebbero testimoniato il miracolo della Sanità equatoriale? Non selezionate. Scartate per l’occasione. Non cestinate, ma ritenute inadatte per il grande pubblico che la mostra di quel fotografo "doveva" richiamare. Per la cronaca, la scelta di raccontare un’altra storia ha premiato il fotografo, ma viene da chiedersi quante altre belle storie restano nel cassetto. E perché arrivano solo quelle di un certo tipo, splatter, sanguinose, ciniche, macabre o come vi va di chiamarle.
Molti hanno provato a dare una risposta. Tra le tante, colpisce quella di chi sostiene che, in prima battuta, la responsabilità sia della tecnologia digitale. Ora, chi ci segue sa che non ci siamo mai schierati pro o contro una tecnologia, semmai contro chi ne fa un cattivo uso. In questo caso però è interessante seguire la catena di concause che dall’avvento del digitale si dipana. Il presupposto è che la nuova tecnologia ha reso molto più veloce l’acquisizione del mestiere, ha democratizzato la fotografia portando quantomeno la sua componente artigianale alla portata della massa. Su questo non ci piove e lo sanno bene i professionisti che nel giro di pochi anni hanno visto moltiplicarsi la schiera dei concorrenti. E tra questi professionisti ci sono anche i fotoreporter. Una specializzazione, la loro, divenuta mitica grazie al peso che alcuni scatti hanno assunto nella storia moderna e che in un recente passato era anche remunerata a dovere. Gli editori che volevano coprire giornalisticamente un evento o raccontare una storia non avevano una scelta così ampia. In funzione delle proprie disponibilità economiche essi commissionavano reportage a chi, oltre a scattare foto tecnicamente corrette, conosceva la storia dei luoghi e delle genti e, preferibilmente, sapeva riportare la pellaccia a casa. Il fotografo lavorava su commissione e non aveva bisogno, salvo inclinazioni del tutto personali, di strafare, di indugiare sulla disgrazia, di costruire addirittura il caso pietoso. Gli editori, eccezioni virtuose escluse, oggi non hanno bisogno di commissionare. Valutano le proposte di un esercito di reporter che, senza incarico, si assumono tutti i rischi e i costi della missione. Kamikaze dello scatto decisivo che si trovano spesso a stretto contatto di gomito, tanto da pagare insieme il prezzo estremo quando le cose vanno male. Con queste premesse, vanno aumentate al massimo le probabilità di piazzare il proprio lavoro quando si torna a casa, fornendo agli editori immagini e storie che questi a loro volta avranno più probabilità di vendere. Perché il digitale, che in questo caso prende la forma di internet, ha democratizzato anche la comunicazione e nel diluvio di informazioni non annega solo chi riesce a fare grandi numeri. Quantità e qualità quasi mai vanno d’accordo e così per fare i numeri della sopravvivenza si deve dare il sangue. Tanto, in continuazione, e che stimoli morbosamente la curiosità della massa. Il colpo a effetto, che fa fare click col mouse e quindi contatti vendibili agli inserzionisti, sostituisce il racconto misurato che nasce dal lento vivere gli eventi. E così si alimenta e ci alimenta il fast food della curiosità, sempre più superficiale, sempre meno reale.
Queste dinamiche sono tanto complesse e hanno un’inerzia talmente forte da trasformare in Don Chisciotte chiunque tenti di arrestarle. Ci sono però movimenti altrettanto importanti che, al di fuori di qualsiasi ideologia, potrebbero quantomeno rallentarle. Uno di questi è il mercato della fotografia collezionistica. È un fenomeno in continua crescita e sembra orientato a valorizzare la qualità, che si materializza, tra i vari generi, anche in immagini di reportage d’alto peso specifico. Fa pensare allo scoglio e al mare di battistiana memoria, ma merita la massima attenzione. Ne riparleremo.

FOTO Cult | Tecnica e Cultura della Fotografia | contatti | privacy | credits