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La macchina imperfetta
FOTO Cult - Giugno 2011 #77

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Emanuele CostanzoImmaginate che qualcuno voglia organizzare un evento di gran richiamo, ad esempio una mostra fotografica. È bella, molto ben assortita. L’ideatore e curatore ne è consapevole così come del fatto che un bel battage pubblicitario sarebbe una mano santa per la sua iniziativa. Ma la pubblicità, quella seria, costa. E siccome, oltre ad avere fiuto è anche scaltro, sceglie per la locandina la foto più scandalosa, anche se è la meno rappresentativa dell’intera raccolta. Poi, si sa, la fortuna aiuta gli audaci: interviene il moralizzatore di turno e gli intima di abbassare i toni, di adeguare il messaggio al contesto, lo censura. E la notizia fa il giro del web, il popolo si divide tra liberisti e moralisti, moltiplicando gli effetti della sua campagna pubblicitaria e regalando alla mostra un successo di pubblico altrimenti impossibile. A voler essere maliziosi, si potrebbe anche sospettare che tra organizzatore e censore ci sia un accordo. Honi soit qui mal y pense!, ci risponderebbero. E poi, comunque, cosa importa, il risultato è raggiunto. Questa serie di eventi si ripete spessissimo, in ambiti anche molto diversi. Persino nelle campagne elettorali, anche se, come racconta la cronaca recente, non sempre adottare slogan censurabili sperando in uno scandaluccio è sinonimo di successo. C’è anche chi si autocensura pur di far parlare di sé, come l’editore americano Barnes & Noble, che ha oscurato la copertina di una propria testata, Dossier, perché il modello è troppo androgino: non poteva semplicemente sceglierne uno più muscoloso? Lo scandalo pilotato è una vecchia strategia che si fonda sull’ancor più antico concetto bipolare di morale e censura. Ed è su questo che conviene ragionare.
La censura esiste per mantenere il controllo su delle macchine imperfette, gli uomini, che sebbene addestrate per millenni, tendono saltuariamente ad andare per la loro strada. Oppure, a volte ad andare oltre il limite prefissato. È stato loro instillato il mito della velocità per alimentare l’industria dei motori? Beh, serve anche un limite, una censura al modo di guidare, altrimenti quella macchina imperfetta che ne conduce una ancor più imperfetta si schianterebbe più spesso di quanto già non faccia. Si stuzzicano gli appetiti sessuali anche per vendere un pannello solare, alimentando un edonismo assoluto? Il gioco sfugge di mano e quella macchina imperfetta si scopre afflitta da un erotismo patologico – ormai a qualsiasi età, grazie alla chimica – che richiede, e richiederà, freni sempre più stretti. Si decide di stimolare l’economia facendo leva sulla brama di potere e sui vantaggi a esso connessi? Le macchine più imperfette superano i maestri, portando al collasso intere società. E scattano, spesso tardive, le censure. Che si fanno più forti quanto più si impoverisce la cultura di un popolo. La cultura del bello, della qualità, dell’uguaglianza, non renderebbero al tempo stesso meramente eventuali il delitto e il castigo? Tanto più, invece, si alimentano gli istinti, tanto più serve una guida. La censura sta all’uomo mosso dal solo istinto come l’anello al collo del cormorano addestrato alla pesca: senza, ingoierebbe il pesce.
E se ci facessimo censori di noi stessi? Iniziando col restituire al termine il suo significato più antico, quello di valutazione, stima (dal latino cènseo). Se imparassimo a rivalutare tutto ciò che ci viene fatto passare per buono? Ci vorrebbero degli esercizi contro la pigrizia, per riacquisire un po’ di elasticità mentale. Proviamo a proporne qualcuno, giusto per stimolare la fantasia. Potremmo provare a lasciare sugli scaffali quel latte chimico e allergenico, cercando su internet la piazza più vicina a casa nostra dove si ferma il furgoncino del vero lattaio (esiste ancora!). Altro esercizio che genera persino una grande autostima nei maschi: la prossima auto, non prendiamola pensando a quanti cavalli ha, ma a quanti chilometri percorre con un litro (o magari con una ricarica delle batterie al litio…). Idem la moto. O la fotocamera: c’è solo la corsa al megapixel? O conta anche il rapporto uomo/macchina? E se la smettessimo di usare solo gli automatismi delle nostre fotocamere?
Riuscire a giudicare i miti imposti, a rivalutare i bisogni indotti, potrebbe essere il grimaldello logico che sovverte le attuali regole del mercato, della pseudo-morale comune, dell’estetica e delle relazioni sociali. Saper giudicare con i propri filtri i messaggi che ci arrivano, senza bisogno di tutori, ci renderebbe arbitri di noi stessi, davvero liberi. Saremmo noi a rifiutarci di abboccare a richiami banalmente diretti ai nostri istinti basici. E non ci sarebbe bisogno di un censore che quasi sempre fa l’interesse del censurato. Se noi non ci facciamo trovare sensibili a un messaggio pruriginoso, l’organizzatore della mostra deve ricorrere a un messaggio diverso, che magari faccia leva “solo” sulla pura bellezza. E lo stesso varrebbe per una pubblicità di una moto che fa leva solo sulla velocità: non ci sarebbe la levata di scudi del moralizzatore di turno perché, refrattari noi innanzitutto, il messaggio verrebbe formulato diversamente. Persino i partiti non cercherebbero nuovi voti promettendo “u pilu” o “la gnocca” a seconda delle latitudini, perché la platea gli volterebbe le spalle. E il censore resterebbe disoccupato.
Certo che per un adulto è difficile. Soprattutto se è cresciuto in un Paese come il nostro, dove la cultura predominante è sempre stata piuttosto opprimente (e chissà che non dipenda proprio da questo la proliferazione di tante menti rivoluzionarie e geniali…). Si dovrebbe investire sui più giovani, la diffusione di valori più naturali dovrebbe partire dal basso, dalla famiglia, dalla scuola. Già, dalla scuola.

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