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Plastic fantastic
FOTO Cult - Maggio 2011 #76

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foto realizzata con Olympus XZ-1 ed effetto Pop Art La seconda vita di Diana: fino a poco tempo fa si trovava sulle bancarelle per pochi euro, adesso è nelle vetrine del centro ne costa 80, come una compatta digitale entry level. Foto realizzata con Olympus XZ-1 ed effetto Pop Art.

Paghereste 80 euro una improbabile fotocamera di plastica che ha dentro la tecnologia di un tagliaunghie e va ancora a pellicola? E la preferireste in formato 135 o 120?
La fotografia è un’esperienza creativa che può attrarre anche per l’alea del risultato, per la sua capacità di superare il vincolo della riproduzione fedele della realtà in favore di strade interpretative che solo in parte dipendono dalla volontà del fotografo.
È il sortilegio del processo che sfugge di mano, che assume autonomia semantica senza, tuttavia, abbandonare del tutto le intenzioni e la volontà di colui che l’ha avviato (la foto è bella, sei stato bravo).
Si narra che all’inizio degli anni Novanta due studenti austriaci acquistarono una Lomo in un mercatino. Le Lomo erano e sono fotocamere costruite a San Pietroburgo, in Russia. Dopo la caduta del Muro di Berlino invasero i mercatini occidentali. Molto economiche grazie alla loro disarmante semplicità costruttiva, producono immagini vignettate e con aberrazioni cromatiche tali che dal punto di vista tecnico sarebbero inaccettabili. Però un loro fascino ce l’hanno, al punto che intorno alle Lomo è nato un vero e proprio movimento culturale, la Lomografia, che invita a un approccio all’immagine "involontario" e casuale. Agli occhi dei loro detrattori, i lomografi sono stati bravi a gabellare una scelta cheap per una presa di posizione ideologico-esistenzialista (si autodefiniscono "hipster", come i figli della borghesia americana bianca che nel Dopoguerra andarono contro le regole adottando lo stile di vita dei jazzisti afro); per tutti gli altri, invece, sono menti geniali.
Comunque stiano le cose, i lomografi hanno avuto il merito di dissacrare i tecnicismi tipici della fotografia più ingessata (meglio: c’è chi dice che hanno rappresentato per la fotografia quello che la punk wave è stata per il rock) e di sdoganare tutta una categoria di apparecchi con nomi per lo più femminili, per esempio Holga oppure Diana, universalmente noti come toy camera. Fotocamere giocattolo.
La loro peculiarità più interessante è di essere le sole macchine analogiche che la fotografia digitale non è riuscita a mandare in pensione. Anzi, ne ha provocato un crescente apprezzamento sino al paradosso di arrivare a imitarle con software studiati allo scopo: non solo molte rispettabili compatte vantano funzioni che conferiscono alle immagini i tipici effetti-difetti delle fotocamere giocattolo, ma addirittura c’è tutto un fiorire di applicazioni per smartphone che propone, promulga e diffonde l’estetica della qualità approssimativa. Che manco a dirlo è diventata oggetto di mostre e per qualcuno ha pure avuto risvolti professionali.
Ergo, il trash diventa trendy passando per le app. Anche perché queste ultime, se non sono gratuite, possono costare anche meno di un euro (ok, il telefono dove farle girare si paga più di una fotocamera, ma questo è un altro discorso) e, quindi, è logico che vengano acquistate anche solo per sfizio.
Esattamente quel che accadeva un tempo con le toy camera, che all’inizio venivano via per dieci euro e, invece, adesso costano come una compatta digitale basic.
Insomma, se l’imitazione è la miglior forma di adulazione, talvolta per chi viene copiato può trasformarsi addirittura in un affare, in perfetta controtendenza con l’andamento dei prezzi di tutto il resto del mercato fotografico...

foto V. Graveglia - Apple iPhone con Hipstamatic Le applicazioni per l’Apple iPhone hanno nobilitato le fotocamere giocattolo: qui vediamo un risultato ottenuto con Hipstamatic, una delle più diffuse e apprezzate.
Foto di V. Graveglia.
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