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FOTO Cult - Gennaio 2011 #72

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Daniele ConfaloneUn aspetto che abbiamo apprezzato nelle fotocamere in prova questo mese, che se non sono le migliori delle rispettive categorie poco ci manca, è che nonostante la loro estrema sofisticazione riescono a essere abbastanza semplici. Questo non vuol dire che per adoperare al meglio delle loro possibilità una Nikon D7000 o una Panasonic Lumix LX5 ci si possa permettere di non essere esperti di fotografia. Quello che intendiamo è che le suddette fotocamere consentono il controllo diretto e immediato delle funzioni che i fotografi ritengono fondamentali. Sono, cioè, pensate e progettate da persone che sanno esattamente come si fa una fotografia e cosa desidera un fotografo.
Il concetto potrebbe sembrare scontato, ma se andiamo indietro nel tempo non mancano casi in cui note industrie hanno applicato il principio contrario complicando inutilmente le cose.
Per esempio, nel 1990 la Canon s’inventò la Eos 10 con un lettore ottico di codici a barre che serviva per impostare diversi programmi di ripresa. I codici, contenuti in un manuale, erano collegati ad altrettanti esempi fotografici. Una volta letto il codice con il "bar-code reader", lo si trasmetteva via IR alla fotocamera, che impostava così il programma di esposizione scelto. Esattamente ciò che prima e dopo di allora s’era e si sarebbe seguitato a fare senza mettere in mezzo i codici a barre.
Nel 1992 fu la volta della Eos 5 con l’autofocus "eye-controlled": grazie a un sensore a infrarossi sistemato in prossimità dell’oculare, metteva a fuoco il soggetto che il fotografo guardava all’interno del mirino. Anche in questo caso la grande Canon, che proprio in quegli anni raccoglieva i frutti della coraggiosa scelta di aver tagliato i ponti col vecchio sistema FD a fuoco manuale passando al nuovo innesto EF delle Eos (reflex pensate con grande lungimiranza, già congenitamente pronte alla ventura trasformazione digitale), non ebbe difficoltà a tornare sui suoi passi.
Alziamo il tiro? Sempre degli anni Novanta (del ’96, per la precisione), il decennio in cui si temeva che tutta la fotografia andasse a finir male perché il destino della pellicola era segnato, un manipolo di aziende leader (Kodak, Fujifilm, Canon, Minolta e Nikon, cui si aggiunsero alcune licenziatarie) lanciò l’Advanced Photo System. Era un sistema basato su un rullino un po’ più piccolo dell’allora "universale" 135, e che rispetto a quest’ultimo offriva il caricamento facilitato (il sistema drop-in non richiedeva di agganciare la coda della pellicola al rocchetto ricevente, ma bastava infilare il caricatore nell’alloggiamento), la possibilità di scegliere tre formati di stampa direttamente in ripresa (ciò che cambiava non era l’inquadratura, bensì il taglio dell’immagine) e una maggior facilità di archiviazione dei negativi sviluppati (la pellicola "tornava" nel rullino, che i laboratori restituivano assieme a un provino con le miniature delle immagini). Per questo sulla pellicola era stesa una banda magnetica che permetteva alla fotocamera di comunicare informazioni ai sistemi di stampa. L’APS avrebbe dovuto supportare una caterva di periferiche, anche per la stampa casalinga: in fondo quelli erano gli anni del boom dell’home computer.
Secondo i suoi creatori - che investirono nel progetto un mucchio di dollari - l’APS sarebbe divenuto il nuovo standard dei fotografi della domenica. Ma questi ultimi non compresero la sensuale opportunità del cambio di formato in sede di ripresa (troppo complicato) e continuarono a chiedere ai negozianti di cambiare il rullino 135 nelle loro vecchie compatte (molto più semplice). Quanto ai laboratori di sviluppo e stampa, anche per loro fu più semplice attendere l’inevitabile contrazione del proprio mercato senza investire su attrezzature che la futura fotografia immateriale faceva già percepire come superate.
Risultato: oggi dell’APS resta solo il formato, replicato (millimetro più, millimetro meno) dai sensori APS-C. Anche per Google è più semplice trovare questo tipo di interpretazione piuttosto che la pagina di Wikipedia dedicata ai vecchi rullini "avanzati".
Si tratta solo di esempi, d’accordo, di visioni parziali dell’evoluzione di un settore in realtà infinitamente più complessa. Eppure crediamo che anche attraverso le esperienze di certi vicoli ciechi l’industria abbia saputo imparare che, tra le innumerevoli ciliegine offerte dalla tecnologia digitale, l’importante è saper selezionare le migliori.
Per questo oggi esistono compatte come la LX5, con cui un fotoamatore riesce a fare più del 70% di quello che fino a un decennio fa era esclusivo appannaggio della sua reflex (e neppure troppo scarsa). E reflex come la D7000, con cui lo stesso fotoamatore ha a disposizione il potenziale che dieci anni orsono poteva permettersi solo il professionista.
Dunque è comprensibile l’aspettativa che alcuni costruttori ripongono nelle nuove mirrorless, prima vera novità concettuale che la fotografia digitale ha prodotto. Sono generate dalla volontà di semplificazione strutturale, e se saranno a misura di fotografo riusciranno a sfondare. Un illustre precedente è la prima Leica "moderna": era il 1954 e la M3 ebbe successo perché era al tempo stesso innovativa e semplice.

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