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Il mio gatto si chiama gatto
FOTO Cult - Ottobre 2010 #69

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Emanuele CostanzoUno dei pregi del digitale è la sua elusività: sfugge agli schemi classici, estetici e tecnici, libera progettisti e utilizzatori da molti legacci nell'ideazione e nella fruizione. Basti pensare a quante cose hanno cambiato forma negli ultimi anni e a quante semplicemente hanno avuto una chance di esistere; e a come queste mutazioni hanno influito sul nostro modo di comportarci. La fotografia è uno dei settori più toccati da questo passaggio epocale. A mio avviso l'area in cui il digitale ha maggiormente rivoluzionato le abitudini è quella successiva allo scatto. È finita l'epoca dei sacchetti pieni di rullini da sviluppare, delle attese più o meno lunghe, delle sorprese più o meno buone, delle pile di 10x15 irrimediabilmente sciolte da negativi mal custoditi o delle centinaia di scatoline di diapositive. Il momento della ripresa, invece, è cambiato assai poco. C'è sempre bisogno di luce, tempo, diaframma, messa a fuoco e composizione. Lo strumento fotografico per eccellenza, la reflex, è rimasto quasi immutato. Se affianchiamo, ad esempio, una Canon Eos 1D Mark IV alla Canon T90 – eccellente modello del 1986 appartenente al sistema FD – o alla Eos 1 del 1989, non noteremo sostanziali differenze esteriori. L'evoluzione delle forme, infatti, aveva già avuto luogo grazie all'introduzione delle materie plastiche e a una più moderna lavorazione delle parti metalliche. La reflex è arrivata al digitale ergonomicamente matura, e opportunamente ben poco si è modificato in questa direzione. Non è un caso che l'acronimo SLR – che sta per single lens reflex e che fu coniato quando si rese necessario distinguerle dalle TLR, twin lens reflex, ovvero le biottiche – sia stato semplicemente preceduto da un'eloquente quanto superflua D e seguito da un più denso riferimento al formato del sensore (35mm o APS-C).
Ben altra rivoluzione si è verificata tra le fotocamere di dimensioni tascabili che in epoca analogica erano, salvo rarissimi casi, stilisticamente appesantite dalla presenza ingombrante del caricatore 135. La riduzione del formato dell'elemento sensibile e, conseguentemente, delle dimensioni delle ottiche, ha dato via libera all'inventiva, anche se la più emblematica delle innovazioni dipendenti dal cambiamento dell'elemento sensibile – che nelle compatte digitali è molto piccolo – può essere identificata nel posizionamento in verticale, o a periscopio, dell'obiettivo, ed è quindi una novità piuttosto datata: la prima ad adottare questa soluzione fu Minolta con la sua Dimage X del 2002. Anche la categoria delle compatte non è stata ribattezzata se non aggettivandola, ancora una volta, con digitale.
I "linguisti" della fotografia hanno invece avuto un bel da fare quando Panasonic, nel 2008, ha lanciato la Lumix G1, interpretando l'esigenza da parte del pubblico di fotocamere al tempo stesso compatte e con la qualità e la versatilità di una reflex. Vera e propria pioniera, la G1 è una fotocamera senza specchio, quindi senza mirino ottico, ma dotata di un mirino elettronico ad alta risoluzione e, qui sta la novità, di un sensore di buone dimensioni e di ottiche intercambiabili. In scia sono entrati in tanti, ma non tutti; abbastanza comunque da far considerare la G1 come la capostipite di un tipo di fotocamere distinto da reflex e compatte. Finalmente un terzo genere da battezzare! Anche alcune associazioni di esperti si sono riunite per deliberare su questo "fondamentale" ordine del giorno. Nel tempo sono stati proposti vari nomi e alcuni acronimi, tutti più o meno discutibili, anche se formalmente inappuntabili. Finché non sono arrivate le Sony SLT – di cui trovate un'ampia anteprima in questo fascicolo – a rimescolare le carte. Vediamo perché.
Uno dei primi nomi proposti per il genere nato con la Lumix G1 è stato mirrorless, ovvero fotocamere prive di specchio. Ma oltre a recare una valenza negativa – descrive un apparecchio cui manca qualcosa – non si presta a definire le nuove Sony, che uno specchio ce l'hanno (anche se non deputato alla mira) e se ne vantano anche. Uno dei più recenti acronimi è CSC, ovvero compact system camera, ma appare evidente che le Sony SLT tutto sono tranne che compatte nel senso stretto del termine (come del resto non lo sono tutte le Panasonic serie G). Senza contare che alcune compatte a ottica non intercambiabile hanno una serie di accessori che si può ben definire "sistema", ma l'acronimo CSC non è certo stato coniato per loro.
Del resto le Sony SLT non sono affatto delle reflex, pur avendone l'aspetto e pur utilizzandone le ottiche (non sono compatibili con gli obiettivi serie E delle "non-reflex" Nex). E, sia chiaro, nelle SLT (che sta per single lens translucent) lo specchio serve esclusivamente a consentire un AF più performante in live view, video compreso, e non dà luogo neanche lontanamente a parentele con le reflex analogiche a specchio fisso Canon Pellix, Eos RT ed Eos 1n RS di buona memoria.
A ben vedere, l'acronimo EVIL, electronic viewfinder interchangeable lens (camera), ovvero fotocamere con mirino elettronico a ottica intercambiabile, è il più descrittivo ed essenziale al tempo stesso, dal momento che evidenzia l'assenza del mirino ottico e la possibilità di cambiare obiettivo. Anche questo ha una valenza semantica vagamente negativa e manca di un riferimento alla taglia del sensore, ma tutto non si può avere. E forse è giusto così: cosa sarà delle nostre amate SLR quando (e se) il pentaprisma sarà soppiantato da sempre più perfezionati mirini elettronici? Nella sua malleabilità, il digitale se ne può infischiare delle gabbie linguistiche. Lasciamo agli "accademici" il gusto di coniare nomi per categorie indefinibili e il rischio di vedersi superati dalla storia nel breve volgere di una stagione.
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