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La libertà fatta a pezzi
FOTO Cult - Giugno 2010 #66

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Emanuele CostanzoC'era una volta la fotocamera perfetta. Era robusta, tutta in metallo, ma leggera. Aveva a disposizione moltissime ottiche di gran pregio e tanti accessori che la rendevano incredibilmente versatile. Non era proprio economica, ciò nonostante migliaia di fotoamatori la scelsero, mentre per i professionisti era semplicemente un must. Parliamo della Nikon F, una reflex di cinquant'anni fa, forse quella che più delle altre ha incarnato il concetto di modularità: un nucleo centrale fisso con estensioni verso ogni direzione. Non solo era possibile sostituire l'ottica, caratteristica scontata, ma anche il dorso per utilizzare pellicole con bobine lunghissime, il mirino per passare dal pentaprisma al pozzetto, ed era possibile applicare un motore per la fotografia d'azione, per tacer del resto. Era pronta a qualsiasi missione, ma non era sempre pesante, ingombrante e rumorosa. Solo quando serviva. Anche Canon e Pentax, rispettivamente con la F-1 e la LX, seguirono quella strada, spartendosi la restante parte del mercato d'élite.
Poi l'avvento dell'elettronica ha potato uno alla volta i rami della modularità, lasciando vivo solo quello dell'ottica. L'ultimo baluardo possiamo identificarlo nel mirino intercambiabile della Nikon F5 (1996), reflex peraltro graniticamente strutturata in tutti gli altri suoi componenti. Il digitale, poi, ha cristallizzato la tendenza in un imperativo: integrazione totale. La stampa specializzata più accorta criticò questo irrigidimento dell'industria nei primi anni dell'era digitale, tanto più perché era una fase in cui alla bassa qualità delle immagini corrispondevano costi altissimi (la Nikon D1 del 1999 costava circa dieci milioni di lire e aveva una risoluzione di circa 2,5 megapixel): dover "buttare" una meccanica tanto raffinata a causa di un sensore ovviamente condannato a vita breve dava - e dà - grande fastidio. Non c'era davvero il modo di sostituire solo il sensore e la relativa elettronica di gestione?
Il digitale, essendo libero dai vincoli che legavano le fotocamere analogiche a determinate forme, avrebbe dovuto a maggior ragione essere fonte di soluzioni versatili, modulari. Non c'era più lo standard del rullino 135 intorno al quale plasmare le forme. Questo standard, a ben vedere, è stato croce e delizia dell'industria fotografica: col suo ideale equilibrio tra dimensioni del fotogramma, qualità e facilità d'uso, da un lato ha avvicinato alla fotografia intere generazioni, dall'altro ha reso vani svariati tentativi di imporre nuovi modelli, ultimo dei quali l'APS, verso la metà degli anni Novanta. Sebbene i più influenti produttori si fossero alleati per affiancare al 35mm una nuova catena - dal caricatore "senza coda" a minilab di stampa evoluti passando per fotocamere, compatte e reflex, piccole, leggere e con soluzioni intelligenti - l'APS fallì piuttosto miseramente.
Con la pellicola avviata al tramonto tutto sarebbe diventato possibile. La "matita" dei designer non sarebbe più stata spuntata dai veti di ingessati ingegneri con gli occhi a mandorla e anche questi ultimi avrebbero avuto le briglie sciolte: non più una stretta relazione fisica tra sistema di mira, ottica ed elemento sensibile, non più forme e ingombri minimi e, soprattutto, non più uno standard materiale da rispettare. Sarebbe stato sufficiente sposarne uno immateriale, ovvero il formato del file in uscita: JPG o RAW (altra storia interessante, questa). Eppure, se guardiamo ai due marchi che oggi si dividono circa il 90% del mercato delle reflex e una discreta parte del restante, l'anelata libertà di plasmare forme e strutture non ha portato molto lontano. Le varie Canon Eos 1D e le Nikon della serie D a cifra singola sono pressoché identiche alle reflex analogiche professionali della fine degli anni Ottanta e ancor più rigide. Oggi, paradossalmente, è più modulare una D300s, con la sua brava impugnatura verticale che ne migliora ergonomia e prestazioni, che non la D3x. Salvo rari casi, anche gli altri costruttori non hanno brillato per inventiva e, soprattutto, nessuno ha rispolverato il concetto di modularità. Fino a oggi. Ricoh, fuori da qualsiasi consorzio, col coraggio che appare spesso incoscienza a chi non sa guardare lontano, sfodera una fotocamera modulare che promette molto e che seguiremo da vicino sin da questo fascicolo. Non è un'idea originale: pochi ricorderanno la Minolta Dimage EX1500 del 1999, ma in quella digitale da 1,35 megapixel era infuso il desiderio di svincolarsi dagli schemi, collaudati ma rigidi, della pellicola piegata all'elettronica degli anni Ottanta e Novanta, di enfatizzare la versatilità del digitale anche in ripresa affrontando con inventiva il tema della modularità. Sappiamo che fine ha fatto Minolta. Ricoh sembra animata da menti più illuminate: la sua GXR va oltre le pur interessantissime evil che ormai giungono da ogni dove. Ma non da Canon e Nikon: i marchi professionali per eccellenza non tradiscono i loro utenti, plasmando le ammiraglie intorno a modelli collaudati e graduando il contenuto tecnologico della gamma come una matrioska. Cavallo vincente non si cambia? O il vero cavallo su cui si dovrebbe tornare a scommettere è proprio la nuova modularità?
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