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La radice della menzogna
FOTO Cult - Febbraio 2010 #62

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Emanuele CostanzoQuando l’idea digitale iniziò a farsi strada tra la gente, i sostenitori della fotografia analogica accusarono quella a base numerica di contenere in sé il germe della falsità. La grande semplicità con cui l’immagine digitale è manipolabile ha indotto a considerare la fotografia composta da pixel come il veicolo principe della menzogna. Effettivamente la contrapposizione di un negativo o di una diapositiva, comunque di un supporto materiale dell’immagine ottenuto con un procedimento ottico-chimico, e di un file costituito da una sequenza di numeri modificabili a piacimento non può non indurre a dubitare istintivamente della genuinità del secondo. Senza scendere in questa sede in dettagli tecnici, che pur potrebbero facilmente confutare tale affermazione, sarà bene ricordare che, in realtà, la fotografia analogica non è affatto immune da contraffazioni. La storia della fotografia è costellata, sin dal suo inizio, di casi clamorosi di interventi, semplici ottimizzazioni o radicali alterazioni, eseguiti a volte con finalità estetiche o artistiche, altre con intento chiaramente e subdolamente ingannatore. Da un lato possiamo mettere gli interventi in punta di pennello per la levigatura dei volti nelle fototessera di una volta, dall’altro la distorsione di fatti storici attraverso l’eliminazione radicale di una persona da un ritratto di gruppo o l’inserimento di un’altra in un contesto politicamente rilevante. L’avvento del digitale ha reso questi interventi certamente più semplici, mettendo alla portata di tutti, anche di chi non può vantare grandi doti artistiche, pennelli, forbici e sgarzini elettronici; strumenti che l’undo, ovvero il “passo indietro”, lo “sbagliando si impara” elevato all’ennesima potenza, caratteristica fondamentale della tecnologia digitale, rende di rapidissimo apprendimento.
Ciò nonostante, possiamo dirlo col senno di poi, il passaggio da fotografia analogica a digitale non ha modificato nella coscienza popolare il ruolo di certificazione e testimonianza della fotografia. Anzi, se vogliamo, il ruolo dell’immagine, tanto nella sua forma statica quanto in quella dinamica, è diventato ancor più forte nell’affermazione dell’essere. Basti pensare ad applicazioni come Facebook e Youtube. Sono in quanto compaio sembra essere la regola imperante che porta con sé il reciproco, ovvero il mondo esterno e le sue manifestazioni esistono in quanto visibili. Il digitale non ha scalfito questa certezza che affonda le sue radici non solo in centosettant’anni di storia della (o attraverso la) fotografia, ma soprattutto nel ruolo di testimone che questa ha assunto nella vita di ognuno di noi. Si potrebbe addirittura azzardare che l’uso sempre più massiccio dell’immagine – facilitato proprio dalla natura discreta, quindi economica e comprimibile dell’immagine digitale – ha rafforzato il ruolo di certificazione della fotografia.
Ma quanto più forte si fa un legame, quanto più incondizionata è la fiducia riposta nel latore del messaggio fotografico, tanto più forte è l’indignazione di fronte alla violazione di questo patto non scritto di secolare tradizione. Se si sorride – per non piangere – scorgendo l’allungamento di un paio di gambe o il lifting al viso di una modella stagionata a fini meramente commerciali, si grida allo scandalo se salta fuori il trucco impiegato dal fotografo per drammatizzare una scena (citiamo la nota moltiplicazione delle tracce dei razzi in una recente foto di guerra in medio Oriente) o per donare al politico di turno un’aura di saggezza che non gli compete (qualcuno ricorderà la triste quanto taroccata foto in bicicletta di un politico romano che voleva farsi vedere attento al problema della mobilità urbana senza neanche fare lo sforzo di pedalare davvero). Si tratta di un tipo di falso che, prendendo in prestito la terminologia giuridica, potremmo definire materiale in quanto attiene alla struttura del documento: con interventi di fotoritocco si è aggiunto (la traccia del razzo) o eliminato (il cavalletto della bici) un dettaglio successivamente allo scatto. Questa precisazione serve a distinguerlo dal falso ideologico, che si verifica quando il documento non è stato contraffatto o alterato, ma reca un messaggio menzognero, attesta falsamente, come dice la legge. Tanto per fare alcuni esempi, se si dovesse accertare che l’ormai famigerata opera di José Luis Rodriguez non ritrae un lupo iberico selvatico, ma un “modello professionista”, saremmo di fronte a un caso di falso ideologico (la questione è sub judice, quindi non ci pronunciamo) e, avendo il contesto in cui la foto è stata proposta pretese di documentazione scientifica, l’autore dovrebbe essere sanzionato. Ancor più severamente andrebbero trattati i reporter soprannominati toys photographers, traditori dell’etica giornalistica che posizionano giocattoli nelle scene di guerra per toccare più facilmente la nostra sensibilità al tema dell’infanzia violata. E analogamente tutti quelli che nello svolgimento del loro nobilissimo mestiere si affidano a penosi artifici retorici per mascherare la loro incapacità di raccontare una storia in uno scatto.
Ecco, quindi, che il falso, nelle sue forme, non deriva tanto dalla natura analogica o digitale dello strumento di ripresa, ma sempre da un distorto rapporto tra uomo e macchina.
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