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Cambiare per sopravvivere
FOTO Cult - Gennaio 2010 #61

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Emanuele CostanzoNegli ultimi anni, grazie alla diffusione di internet, ha preso piede un modo nuovo di guadagnare con la fotografia: il microstock. Rispetto alle agenzie fotografiche tradizionali, tra le quali possiamo citare come esempio proprio la Grazia Neri che recentemente ha chiuso i battenti, le agenzie on-line microstock costituiscono l’occasione per tutti di guadagnare con la propria passione. Se, infatti, le grandi agenzie sono sempre state il sogno proibito dei fotoamatori evoluti, i siti di microstock hanno criteri di selezione molto più elastici. Ovviamente questo significa che la qualità delle foto è più bassa di quella che si può trovare nelle agenzie tradizionali, ma il prezzo si adegua. Ecco che foto e illustrazioni possono essere acquistate a prezzi davvero modici, raramente superiori ai 10 euro e comunque commisurati alla dimensione del file che si vuole acquistare, non alla destinazione d’uso. Le agenzie microstock applicano una commissione sostanziosa, all’incirca tra il 20% e il 60%, quindi il guadagno per la singola vendita può essere molto basso. Ciò nonostante, se un fotografo dispone di un ricco archivio di buona qualità e ben indicizzato, può ambire ad arrotondare lo stipendio con alcune centinaia di euro al mese. Rispetto alle foto degli archivi tradizionali, infatti, la stessa foto può essere acquistata varie volte contemporaneamente: non si punta più a vendere la singola foto ad alto prezzo, ma la stessa tante volte. E, mettendosi dalla parte dell’acquirente, non ci si fanno tanti scrupoli a comprare una foto che costa pochi euro e che non pone limiti di utilizzo. Ma non è solo una questione di “oculatezza” nelle spese: la rete ha messo milioni di immagini a disposizione di persone che neanche avrebbero immaginato di poter fare un uso costruttivo della fotografia. Non faccio esempi perché qualsiasi cosa lecita vi venga in mente di fare con una fotografia sarebbe un caso emblematico. Tanto per comprendere i termini del confronto tra microstock e canali classici, una foto acquistata presso un’agenzia tradizionale costa qualche centinaio di euro e nel caso di applicazioni editoriali entrano in gioco altre variabili come la tiratura e la posizione (la stessa foto utilizzata per la copertina viene a costare molto di più). Sul problema della qualità e dell’imbarbarimento culturale che può essere intravisto alla base di questa tendenza potremmo parlare diffusamente. Sta di fatto che, dopo un inizio in cui, per fare rapidamente numero, le maglie del setaccio erano tenute veramente larghe e nei database delle agenzie microstock finiva davvero di tutto, ora si assiste a un indurimento dei criteri di selezione. Bisogna infatti sapere che per vendere le proprie foto presso un sito di microstock è necessario passare una sorta di esame: il personale addetto alla valutazione decide se il livello qualitativo minimo è raggiunto e solo dopo viene dato il benestare a pubblicare un portfolio e ad aggiornarlo con continuità. Il risultato è che oggi non è affatto difficile scovare immagini di alta qualità tecnica e artistica.
Che questo processo sia inarrestabile lo dimostra il fatto che dopo un periodo in cui le agenzie tradizionali hanno urlato e battuto i pugni sul tavolo invocando un non ben circostanziato diritto di esclusiva, alcune di queste hanno aperto la propria succursale in versione “micro” o l’hanno acquisita. Hanno, cioè, affiancato all’archivio tradizionale costituito da immagini di qualità superiore e i cui diritti sono gestiti in modo da poter concedere all’utilizzatore l’esclusiva totale o parziale, un archivio royalty free. Forse l’esempio più clamoroso è quello di Getty Images che ha acquisito iStockphoto, uno dei siti microstock più famosi insieme a Crestock, Fotolia, Dreamstime e Shutterstock. Alcuni di questi hanno creato al proprio interno vere e proprie comunità virtuali con lo scopo di aiutare i fotografi a migliorarsi nell’indicizzazione e nell’autopromozione.
Se questa tendenza è ormai consolidata, al punto che anche tantissimi fotografi professionisti ne hanno fatto la principale fonte di reddito, sembra riservare qualche sorpresa un’applicazione collaterale: la vendita di filmati, sempre con la ricetta del microstock. Con la stessa logica che ordina gli archivi fotografici, si stanno moltiplicando quelli composti da footage, in gergo anglosassone. Si tratta di brevi filmati, 10 o 15 secondi in media, dei soggetti più disparati: secondo le più recenti statistiche i generi più gettonati sono timelapse (riprese intervallate e accelerate), natura, business, traffico cittadino, persone e tecnologia. Noi fotografi siamo poco abituati a pensare in termini di immagini in movimento, ma sono davvero tante le applicazioni possibili per brevi videoclip. Pensiamo a presentazioni aziendali, pubblicità, documentari generalisti… Molti professionisti con cui siamo in contatto dimostrano crescente interesse verso questo settore, e non parliamo certo di fotografi che se la passano male. La maggior parte di essi si sente in grado di spostare in ambiente filmico la propria capacità di guardarsi intorno e studia con attenzione lo sviluppo della tecnologia video applicata alle reflex, strumento base della professione fotografica classica e ora addirittura preferita alla videocamera digitale anche da noti registi. Pur tenendo sempre presenti i confini filosofici e attitudinali tra ripresa fotografica e video, crediamo che sotto questo profilo la nuova tendenza tecnologica vada rivalutata e di certo profondamente analizzata.
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